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Ad occhi aperti | 05 febbraio 2022, 13:30

Mattarella II La Vendetta - Rambo: First Blood Part II

A ben guardare, tra John Rambo e Sergio Mattarella ci sono più punti in comune. E non parlo solo della straordinaria coincidenza per cui Sylver Stallone e il nostro (di)nuovo Presidente della Repubblica siano nati a cinque anni e diciassette giorni di distanza

Mattarella II La Vendetta - Rambo: First Blood Part II

“Rambo: First Blood Part II” è un film americano del 1985 scritto da James Cameron, Sylver Stallone e Kevin Jarre, e diretto da George Pan Cosmatos.
Il secondo capitolo della saga sul più celebre veterano del Vietnam del mondo vede l’esercito americano rimandare John Rambo, attualmente ai lavori forzati a Washington, sul campo di battaglia in cambio della scarcerazione. Lì, dovrà infiltrarsi in un campo di prigionia e documentarne l’abbandono, ma lo scoprirà invece ancora in attività e pieno di prigionieri americani.

Lo so, il paragone potrebbe essere azzardato, almeno a prima vista. Uno è un reduce della guerra in Vietnam tutto muscoli e con un’unica espressione facciale, sconvolto dallo stress post-traumatico ma con una moralità più alta delle persone che lo circondano, l’altro un distinto ottantenne palermitano che si trova a dover gestire un campo di battaglia anche ben più insidioso (la gestione di un paese come l’Italia del 2022). Imparagonabili, no?

E invece, a ben guardare, tra John Rambo e Sergio Mattarella ci sono più punti in comune. E non parlo solo della straordinaria coincidenza per cui Sylver Stallone e il nostro (di)nuovo Presidente del Repubblica siano nati a cinque anni e diciassette giorni di distanza.

Concordo con quanto dicono molti (se non tutti) che il secondo capitolo della saga cinematografica di Rambo non sia valido quanto il primo. Ed è così: è molto più ingarbugliato dal punto di vista narrativo, con il doppio binario della guerra al “terrore giallo” e lo scontro USA-URSS, per esempio, e in generale molto meno efficace anche sull’aspetto della critica al sistema militare e politico degli Stati Uniti. Ma, paradossalmente, è un ottimo specchio tramite cui guardare la storia (triste, sotto molti aspetti) della rielezione di Sergio Mattarella a Capo dello Stato.

Pensateci. All’inizio della pellicola Rambo si trova in una condizione statica e non del tutto agevole, ma tutto sommato “libera”: sta scontando la propria pena ai lavori forzati in un carcere di Washington. Sono i guai ad andare da lui, con il colonnello Trautman che gli propone la scarcerazione a patto di lanciarsi in un’ultima missione; più per senso del dovere verso i militari ancora prigionieri nelle carceri vietnamite che per amore della libertà, Rambo accetta. E così facendo scopre un enorme complotto dell’esercito americano per insabbiare la presenza proprio dei suddetti prigionieri, ed evitare di regalare ai sovietici un gustoso asset da utilizzare a livello di rapporti internazionali: scoperchia letteralmente un vaso di Pandora che lo porterà ad avere più nemici che altro.

Sergio Mattarella vedeva davanti a sé una situazione ugualmente (mutatis mutandis) statica una volta lasciato il Colle, ma è stato richiamato al dovere da una classe politica per cui, francamente, il paragone con il machiavellico e spietato esercito statunitense è un complimenti ben più grande di quanto meriterebbe. E per la stessa ragione sostanziale: togliere la castagne dal fuoco, risolvere un problema che loro stessi hanno creato, salvare la faccia. Ma proprio giocando la carta del reduce ingiustamente accusato, i politici/militari la faccia l’hanno persa.

Il film, scusate per lo spoiler, termina con Rambo che finalmente libero dal proprio dovere nei confronti dell’America e dell’esercito se ne torna a casa, pronto a “vivere la vita giorno per giorno”. Credo anche Mattarella, accettando di tornare al proprio incarico istituzionale, abbia incarnato lo stesso atteggiamento. Con la speranza, ovviamente, che sette anni passino più in fretta del resto di una vita intera.

Simone Giraudi

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