La morte di Umberto Bossi, il “Senatur” che ha creato la Lega Nord, ci induce a fare un salto all’indietro nella storia della politica cuneese, per vedere quali sono stati gli albori di una forza politica che, nel corso degli anni (parliamo ormai di decenni), ha subito vari cambi di pelle e numerosi avvicendamenti di gruppi nella sua classe dirigente.
Lo facciamo riprendendo un lavoro di ricerca storico-politica – i Quaderni del Cipec - realizzato da Sergio Dalmasso, personalità di tutt’altro orientamento politico, ma condotto con rigore scientifico, che rappresenta una documentazione imprescindibile per chi studia e vuole conoscere le vicende politiche cuneesi.
Dalmasso parte analizzando i primi movimenti “piemontesisti” che diedero impulso alla nascita di un partito i cui consensi, anche nel Cuneese, hanno subito infinite oscillazioni.
Molto modesti i risultati elettorali delle forze piemontesiste (leader regionale Roberto Gremmo) nelle prime tornate elettorali. 0.80% alle regionali del 1980, 0.58% alle politiche del 1983, 0.39% alte europee del 1984 (solo 0.75% alla lista sardista, Union Valdotaine). Pochi i candidati locali; le liste paiono esterne alla realtà della provincia e il discorso piemontesista (autonomia regionale, forte polemica contro i partiti e antimeridionale, rivendicazione dell'uso della "lingua" piemontese ...) pare non sfondare
Qualche lieve progresso alle regionali del 1985 (6.000 voti, 1.66%).
Prima esplosione, anche se passa quasi inosservata, alle politiche del 1987- se la Liga Veneta non va più in là dello 0.73%, Piemont (Gremmo) raccoglie l'1.85% (7.000 voti), mentre Piemonte autonomista capitanato da Gipo Farassino ottiene il primo dato significato (circa 13.000 voti, 3.41%), superando in provincia partiti storici (PSDI, MSI) e gli stessi radicali e verdi.
Calo, invece, alle successive europee. Pesano la mancanza di struttura locale e forse il nuovo simbolo elettorale "lombardo". Solo 2.27% alla Lega Lombarda.
Se Piemont continua a non avere una struttura locale, la futura Lega Nord inizia a strutturarsi alla fine del 1989.
Il primo nucleo è costituito da Alberto Sciandra, studente universitario, Domenico Comino, insegnante, Stefano Mina, commerciante, e pochi altri. Pesa l'esperienza politica di Ansaldi, militante socialista negli anni '50-'60, tornato alla politica dopo una lunga "vacanza". Alla prima riunione organizzativa, presente Gipo Farassino, partecipano cinque persone. Si apre una sede a Cuneo.
Un secondo nucleo si crea immediatamente a Saluzzo.
Nel dibattito iniziale e nei primi incontri pubblici, stenta a farsi strada la proposta politica federalista (alla Bossi), mentre permane un forte autonomismo (alla Gremmo).
La presenza alle amministrative deriva dalla volontà di entrare nei comuni e di mordere sui problemi locali, nonostante la pochezza organizzativa.
Tutti gli incontri pubblici sono finalizzati a creare nuclei nelle città e nei paesi. Il successo alle regionali è netto e, per molti aspetti, inatteso (6.19%) contro il 2.42% della Union Autonomia Piemont. Farassino è eletto consigliere regionale nel cuneese. Nel 1992 gli subentrerà Antonio Bodrero (Barba Toni), tra i fondatori del movimento occitano, poeta occitano e piemontese. Alle provinciali due eletti: Lorenzo Borio (collegio di Cortemilia) e Claudio Lingua (Dronero), già monarchico e missino. Un seggio ad Alberto Seghesio, della provincia di Torino, per Piemont.
La Lega entra anche in alcuni consigli comunali: se "buca" a Bra e a Mondovì, ottiene un seggio ad Alba, due a Cuneo e a Saluzzo.
La crescita organizzativa successiva è molto forte. La progressione elettorale non ha eguali in tutta la storia nazionale e locale, tipica di un movimento emergente.
Il 5 aprile 1992 scacco della lista federalista (0.75%) nonostante la presenza di Franco Ripa, ex segretario di federazione PSI ed assessore regionale, 3.78%, nonostante la non presenza locale alla Lega Alpina-Piemonte, 20.39% (80 mila voti) alla Lega Nord.
Il candidato locale, Domenico Comino, supera il capolista Farassino alla Camera, al Senato, Farassino, eletto a Cuneo, opta per la Camera (circoscrizione di Torino). Eletti Massimo Scaglione (Alba) e Luciano Lorenzi (Mondovì).
La Lega ha sfondato sull'elettorato democristiano, rompendo il tradizionale monopolio DC sulle campagne e raccogliendo consenso in vari settori della popolazione: commercianti, contadini, ceto medio, tradizionali elettori DC, ma anche della sinistra (è consistente il peso elettorale nelle fabbriche, anche se il sindacato leghista, al momento, ha poche adesioni).
Tutte le iniziative hanno successo (per tutte il comizio finale di Farassino il 3 aprile 1992 e i due comizi di Bossi nel 1990 e nel 1993). Nascono nuove sedi che coprono, a fine 1993, quasi tutto il territorio provinciale, con 27 sezioni, 4 zone (che saranno tra poco divise in cinque).
La struttura è piuttosto esile (una funzionaria a metà tempo), ma forte è l'impegno volontario, anche questa caratteristica di un movimento emergente: 2.700 iscritti, 300 militanti (la divisione sembra riproporre quella esistente nei gruppi di sinistra nei primi anni 70), autofinanziamento, partecipazione costante agli incontri interni ed esterni.
Dopo il successo elettorale costante e marcata è anche la presenza sulla stampa e sugli organi di informazione locali Le campagne su cui la Lega ha maggiormente insistito nella sua breve storia sono state quelle generali per il federalismo, contro lo stato accentratore, per un maggior liberismo, contro il fisco (ISI - ICI), con forte connotazione antipartiocratica, anti-meridionale, capace di dare voce ad un sentimento diffuso, ma mai espresso e spesso coperto dalla retorica delle istituzioni. Non manca l'avversione verso gli immigrati, per quanto il fenomeno sia inizialmente poco diffuso nella provincia.
Le campagne locali: la grande viabilità (per l'autostrada Cuneo-Asti), la difesa della piccola e media industria contro la deindustrializzazione, l'agricoltura per la difesa della proprietà con intenti liberisti contro l'assistenzialismo passato per i canali della Coltivatori diretti, alcuni temi ambientali, la richiesta di chiusura dell'ACNA (con difficoltà dato l'atteggiamento contrario del consigliere regionale ligure) soprattutto dopo la discesa in campo di Alba e dei produttori vinicoli contro il progetto di inceneritore.
Costanti le polemiche, soprattutto anti DC, per la mancata trasparenza delle amministrazioni comunali, contro
l'inefficienza, per la mancata partecipazione dei cittadini.
Netta la convinzione di poter divenire la prima forza politica nella provincia (e non solo).
Interclassista, al momento, la struttura di partito: l'organismo dirigente provinciale comprende due avvocati, due commercianti, un bancario, due impiegati pubblici, un artigiano, un piccolo imprenditore, due studenti.
Lo stato di grazia del movimento è dato anche dalla capacità di reggere alle defezioni: non hanno peso le uscite per diversi motivi, del consigliere comunale di Alba e dei due consiglieri provinciali, né hanno seguito, in loco, le piccole scissioni regionali.
L’analisi e lo studio di Dalmasso si fermano qui.
Per il resto la cronaca deve ancora sedimentare prima di poter essere considerata storia.














