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Attualità | 26 aprile 2026, 14:43

"Cosa non ha funzionato?": dopo la morte di Anas, la città di Alba si scopre più fragile

I consiglieri di minoranza intervengono sul tragico fatto di cronaca di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi: la morte di un 34enne solo e disperato

"Cosa non ha funzionato?": dopo la morte di Anas, la città di Alba si scopre più fragile

Nei giorni scorsi abbiamo trattato la dolorosa storia di Anas, morto a 34 anni in povertà e solitudine. E' successo ad Alba, cittadina vivace, operosa e ricca. LEGGI QUI

Un’esistenza ai margini, la sua, consumata giorno dopo giorno tra povertà, dipendenze e abbandono. Anas Rekassi, 34 anni, nato a Torino da famiglia di origini marocchine, è stato trovato senza vita nel silenzio di un piccolo bilocale di corso Langhe, senza luce, senza gas, senza riscaldamento. 

Su questa vicenda, sono intervenuti i consiglieri di minoranza, che condividono con i nostri lettori una riflessione: "Cosa non ha funzionato?"

***

Nei giorni scorsi abbiamo appreso della morte di Anas Rekassi, un trentaquattrenne che viveva ad Alba.

La morte di un uomo è sempre una tragedia. In questo caso, però, rischia di passare rapidamente in secondo piano, assorbita dal rumore delle giornate pubbliche, delle celebrazioni e delle inaugurazioni.

Una persona fragile che muore, indipendentemente dalla sua storia personale e dalle sue condizioni di vita, deve spingerci a una riflessione di comunità: cosa non ha funzionato?

Una città come la nostra, che in questi giorni riempie le piazze di gioia e colori, non può permettersi di evitare di interrogarsi su cosa stia accadendo nei luoghi meno in vista, dove si annidano la solitudine, la marginalità e la disperazione.

Dopo la morte di Issa e Mamadou nel 2024, oggi bisogna prendere ulteriormente coscienza del fatto che esistono sacche di fragilità profonda sulle quali si fatica a intervenire con efficacia.

Il difficile equilibrio tra responsabilità individuale e responsabilità collettiva deve guidare un ragionamento serio dopo questo episodio tragico. 

Una riflessione che don Domenico Degiorgis ha saputo porre con parole sobrie, richiamando la necessità di scuotere le coscienze.

Per chi oggi ha ruoli istituzionali, in modo particolare nell’ambito del governo locale, questo dovrebbe essere il momento degli interrogativi: sobri, profondi, ma necessari.

Bisogna superare le risposte emergenziali, simboliche o addirittura ideologiche e potenziare gli sforzi nella relazione tra la comunità, intesa anche come governo locale, e le persone sole, fragili o ai margini.

Chi ha responsabilità pubbliche ha il dovere di porsi domande, anche scomode, senza cercare scorciatoie o alibi. Perché davanti alla morte di una persona fragile, sola e in difficoltà, una cosa va detta con chiarezza: qualcosa non ha funzionato.

Emanuele Bolla, Elisa Boschiazzo, Nadia Gomba, Riccardo Spolaore, Carlo Bo, Lorenzo Barbero, Domenico Boeri, Massimo Reggio

redazione

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