La sentenza definitiva pronunciata dalla Corte di Cassazione nel processo a carico del gioielliere di Grinzane Cavour Mario Roggero continua a fare discutere. La vicenda ha riacceso il confronto sul rapporto tra diritto, percezione della giustizia e legittima difesa, alimentando un acceso dibattito nell’opinione pubblica e nel mondo politico.
Abbiamo affrontato questi temi con Claudia Eccher, componente laica del Consiglio Superiore della Magistratura, che riflette sul ruolo dell’informazione, sulla comprensione delle decisioni giudiziarie e sul dibattito aperto in materia di legittima difesa.
Il caso Roggero continua a dividere l’opinione pubblica. Quale dovrebbe essere il ruolo dell’informazione?
Il caso del gioielliere Mario Roggero tocca corde sensibilissime: la sicurezza, la violazione del proprio domicilio, la reazione dinanzi a una minaccia violenta. In tale contesto un’informazione equilibrata deve dare spazio alla complessità di questi drammi interiori. L’informazione ha una responsabilità enorme in quanto non dovrebbe mai scadere nella polarizzazione o nella spettacolarizzazione del dolore, né da una parte né dall’altra.
Lei sostiene che dietro ogni processo ci sono tragedie umane. Cosa intende?
Nel discutere e raccontare i fatti non dobbiamo mai dimenticare che dietro i fascicoli processuali ci sono vicende di uomini con le loro storie e il loro vissuto: in questo caso quella di chi ha subito anni di rapine e terrore profondo, vedendo minacciata la propria famiglia, e quella legate alla perdita di vite umane.
L’informazione dovrebbe raccontare anche il dibattito sulle possibili riforme?
Il ruolo dei media in vicende così divisive dovrebbe essere anche quello di inserire la cronaca nel contesto del dibattito sulle riforme, spiegando la logica di proposte come il disegno di legge Borghi sulle modifiche al Codice Penale in materia di legittima difesa. Questa iniziativa nasce proprio per dare una risposta concreta a queste tensioni, offrendo una tutela legislativa chiara che sottragga le vittime originarie di aggressioni a mano armata all’angoscia di valutazioni giudiziarie ex post, spesso inconciliabili con lo stato di terrore e la concitazione del momento.
Quando una sentenza definitiva continua a essere percepita come ingiusta da una parte dell’opinione pubblica, quale può essere il contributo dell’informazione?
In un caso simile il vero contributo di una corretta informazione sta nello spiegare perché i giudici sono arrivati a quella conclusione secondo le norme vigenti, offrendo però al contempo gli elementi per comprendere il dibattito politico e culturale che ne deriva.
È possibile rispettare una sentenza e, allo stesso tempo, interrogarsi sull’attuale disciplina di un istituto giuridico, in questo caso la legittima difesa?
Si può rispettare formalmente una sentenza, come è doveroso fare in uno Stato di diritto, e allo stesso tempo spiegare le ragioni di chi ritiene che il quadro normativo attuale sulla legittima difesa necessiti ancora di correttivi, specialmente per tutelare chi viene aggredito nelle proprie mura o nel proprio luogo di lavoro.
Perché, secondo lei, il caso Roggero continua a dividere così profondamente l’opinione pubblica?
Siamo davanti a un fenomeno evidente: la verità processuale ha accertato il superamento dei confini della legittima difesa, ma la verità sociale descrive Roggero come un uomo onesto, un lavoratore esasperato che ha reagito per difendere la propria vita e i propri beni dopo aver già subito traumi enormi in passato. Questo scollamento nasce dal fatto che la percezione sociale si immedesima spontaneamente con la vittima originaria del reato. Come componente del Csm difendo il valore del giudicato, ma non posso ignorare che la coscienza popolare fatica ad accettare che chi subisce un’aggressione criminale finisca per subire una pena detentiva così severa. Questo ci dice che il legislatore deve fare un ulteriore sforzo per allineare maggiormente le norme alla tutela di chi lavora, viene aggredito e agisce a tutela del bene più prezioso, la propria famiglia.
Esiste oggi una distanza tra il linguaggio del diritto e la percezione dei cittadini?
Sì, esiste una distanza innegabile. Il cittadino ragiona secondo criteri di giustizia sostanziale: per chi subisce il trauma di una rapina violenta, la reazione è legata a un istinto di protezione che difficilmente si concilia con i parametri giuridici della proporzionalità o del pericolo attuale. Il diritto, per sua natura, deve invece applicare regole astratte e rigorose.
Come si può colmare questa distanza?
Per colmare questo solco è necessario che la politica ascolti questa richiesta di protezione che sale dai cittadini, adeguando le leggi in modo che l’accertamento giudiziario non venga percepito come punitivo nei confronti di chi, in origine, era la vittima della criminalità.
Il disegno di legge Borghi nasce anche per rispondere a questa esigenza?
Il disegno di legge presentato dal senatore Borghi in questi giorni affronta questo problema introducendo una presunzione forte: in caso di aggressione a mano armata all’interno del domicilio o dell’esercizio commerciale, qualsiasi reazione immediata è considerata non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi o dalla natura strettamente difensiva della condotta. In questo modo si solleva il cittadino dall’onere irragionevole di calibrare al millimetro la propria difesa nel pieno dell’emergenza.
Perché è importante raccontare anche il percorso logico che conduce a una sentenza e non soltanto il suo esito?
È fondamentale. Concentrarsi solo sull’esito, la condanna a 14 anni di reclusione, rischia di alimentare unicamente la rabbia sociale. Spiegare il percorso logico dei giudici aiuta l’opinione pubblica a capire che la sentenza non è un atto di arbitrio, ma il risultato dell’applicazione delle leggi attuali.
Lei individua il vero nodo nella rigidità della norma. Perché?
Al tempo stesso, evidenziare i passaggi logici del processo serve a far comprendere dove risieda il vero nodo del problema: spesso non è l’interpretazione del giudice a essere fallace, ma è la rigidità della norma che non riesce a coprire del tutto lo sconvolgimento psicologico e il terrore di chi si trova sotto attacco. Spiegare il percorso significa quindi aprire la strada a una riflessione serena sulla necessità di riforme legislative.
Ritiene che oggi sia necessario investire maggiormente nella cultura giuridica?
Certamente, investire nella cultura giuridica è essenziale. Più i cittadini conoscono i meccanismi del processo, meno spazio ci sarà per i processi mediatici e per le scorciatoie populiste. E soprattutto si eviteranno le tante inesattezze e veri e propri errori giuridici che permeano il dibattito sui casi di cronaca.
Che cosa significa, concretamente, fare divulgazione giuridica?
La divulgazione non deve essere a senso unico, quasi a voler convincere i cittadini che il diritto abbia sempre ragione a prescindere. Una vera cultura giuridica deve saper dialogare con il buon senso e con il principio di realtà: deve servire a formare un’opinione pubblica consapevole dei limiti della legge, affinché il dibattito si concentri sul pretendere riforme normative chiare, stabili e decisamente orientate alla salvaguardia delle vittime e delle forze dell’ordine.














