Enzo Desco ha 60 anni e nel giugno del 2025 ha subito un trapianto di fegato. Nato a Revello, ha abitato per diverso tempo a Martignana Po. Oggi vive a Saluzzo, è sposato e lavora come ispettore fitosanitario per la Regione Piemonte. È inoltre presidente della sezione ANA Monviso di Saluzzo, una realtà composta da 44 gruppi e oltre 3.100 soci.

Ha una laurea in tecnologie agrarie ed è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Questa è l’intervista realizzata dal nostro giornale per la rubrica “Storie di AIDO”:
Partiamo da prima del trapianto. Quando ha scoperto di avere un problema al fegato?
"Nell’ottobre del 2024. Stavo facendo un controllo indicatomi dall’ospedale di Cuneo, dove ero stato ricoverato nell’autunno dell’anno precedente per un sanguinamento e alcune ulcere allo stomaco. Alla fine della TAC, il radiologo mi si avvicinò e mi chiese se stessi seguendo qualche cura".
Lei non si sentiva diverso?
"Non presentavo sintomi. Fino al ricovero del 2023, ma anche successivamente fino alla TAC che evidenziò un problema al fegato, io ho vissuto in modo normalissimo. A posteriori, sia io sia le persone che mi stavano accanto, abbiamo pensato al fatto che all’epoca fossi, ad esempio, più pallido. Tuttavia, sul momento non avevamo notato nulla".
Finita quella visita, cosa decise di fare?
"Mi attivai, andando a fare prima una visita a Candiolo e, in seconda battuta, al Mauriziano di Torino. Dalla TAC risultava un fegato cirrosico con un nodulo che si era sviluppato. In soldoni, mi avevano diagnosticato il cancro".
Quindi iniziò il piano di cure, corretto?
"Sì, anche se sapevo che l’unica vera soluzione definitiva era il trapianto di fegato. La mia prospettiva di vita con la cirrosi era veramente bassa. All’epoca avevo 59 anni".
Nel frattempo è stato inserito in lista d’attesa. Come ha vissuto quel periodo?
"Firmai per essere inserito in lista d’attesa a metà aprile. Il professor Romagnoli, medico del centro trapianti di fegato di Torino, mi aveva detto che per esperienza di situazioni simili, entro fine anno avrei ricevuto una chiamata. Nel frattempo il cancro era stato bloccato, grazie agli interventi. Tuttavia, la cirrosi tende a far sviluppare nuovamente dei noduli nel fegato".
Come si è sentito quando ha ricevuto la chiamata?
"Ho avuto un po’ di agitazione: il momento era arrivato. Il periodo in lista di attesa, invece, non l’avevo vissuto male. Sapevo che l’operazione andava fatta e non c’erano alternative. Sicuramente non è piacevole sapere che devi cambiare un organo, ma non mi destava così tanta preoccupazione in quelle settimane".
E poi è arrivato il giorno dell’operazione.
"Era il 20 giugno 2025. Mi hanno contattato dicendomi che era disponibile un organo compatibile. L’intervento è avvenuto qualche ora dopo, nel pomeriggio. Sono stato 11 giorni in ospedale, ma è andato tutto per il verso giusto".
Pensa spesso al fatto di vivere con un organo di un’altra persona?
"Ci penso poche volte. Vivo questa circostanza in modo molto naturale. Devo ringraziare una persona che oggi non c’è più e che mi ha donato il suo fegato. Sono sicuramente riconoscente a questa persona, però non vivo questa situazione in modo negativo. Non sono pensieroso".
Passando all’Enzo di oggi: attualmente collabora con l’AIDO negli incontri nelle scuole medie. Perché ha deciso di raccontare una vicenda così personale proprio ai ragazzi?
"Dopo i canonici tre mesi in una sorta di “isolamento”, giustamente consigliati dopo un trapianto, sono stato contattato dall’AIDO, in particolare dal presidente Vottero, per raccontare la mia storia. Dunque, dallo scorso autunno ho iniziato a partecipare a qualche incontro nelle scuole con loro".
Gli studenti come reagiscono quando ascoltano la sua storia?
"Li trovo partecipi e interessati. Per ora mi sono trovato a raccontare la mia esperienza davanti ai ragazzi delle medie, che quindi certi aspetti medici, giustamente, non li conoscono ancora troppo nel dettaglio. Mi sono sembrati comunque molto interessati alle nostre storie".
Qual è la sua reazione, dopo quello che ha vissuto, quando sente qualcuno poco informato, indeciso oppure contrario alla donazione?
"Prima della mia esperienza, devo ammettere di non averci mai riflettuto troppo approfonditamente. Qualcuno ha paura di donare gli organi perché crede di poter rientrare tra i donatori quando è ancora in vita. Tuttavia, anche chi riceve ogni tanto ha paura. Non bisogna negarlo: la possibilità di morire durante l’intervento c’è, ma è molto bassa. Credo che la donazione degli organi dovrebbe essere maggiormente valorizzata perché, attraverso gli organi di una persona ormai scomparsa, si può permettere a qualcun altro di continuare a vivere la propria vita".

Enzo racconta anche un aspetto della donazione di cui forse si parla meno. Non sempre chi ha bisogno di un organo convive con una malattia da quando è nato. Fino a pochi mesi prima della diagnosi conduceva una vita normale e non aveva sintomi che potessero fargli immaginare ciò che sarebbe successo. Poi, improvvisamente, il trapianto è diventato la sua unica soluzione definitiva.
È anche per questo che oggi racconta la propria esperienza ai ragazzi: perché la donazione non riguarda soltanto chi aspetta un organo.
Potrebbe riguardare, un giorno, ognuno di noi. E quando non esiste una ragione per dire di no, per Enzo la risposta può essere una sola: sì.














