Se siete curiosi di visitare sinagoghe e quartieri ebraici, assistere a concerti, andare a mostre o incontrare dal vivo artisti e intellettuali che raccontano il mondo e la cultura ebraica, continuate a leggere.
Domenica 6 settembre torna l’appuntamento annuale con la Giornata europea della cultura ebraica (Gece), giunta alla sua 27ª edizione.
L’iniziativa, alla quale partecipano 30 Stati europei, è coordinata e promossa nel nostro Paese dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con lo scopo di raccontare il mondo ebraico attraverso i suoi luoghi ed eventi capaci di trasmettere il vasto bagaglio culturale condiviso dalle comunità, anche contribuendo a contrastare vecchi e nuovi pregiudizi contro ebrei ed ebraismo.
Nel 2026 il filo conduttore della Giornata è l’Amore, un tema dalle molteplici sfaccettature, con una valenza universale e con «Un posto centrale nella cultura e nell’etica ebraica». Lo sottolinea in una nota l’Ucei, che coordina a livello italiano la manifestazione, insignita anche quest’anno della Medaglia del Presidente della Repubblica e sostenuta dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar).
Un’occasione per scoprire i molteplici aspetti, dall’amore verso il prossimo e verso lo straniero a quello verso D-o, di un comandamento che non si limita alla dimensione individuale, ma ha implicazioni collettive, legate all’azione, alla responsabilità e all’istituzione stessa del popolo ebraico.
Sì, avete letto bene D-o invece di “Dio”. Per coloro che sono radicati nella tradizione ebraica, la ragione è semplice, ma profonda: Dio è l’Altissimo, e gli esseri umani, nella loro finitezza, non possono comprenderlo appieno, tanto meno presumere di conoscere il Suo Nome nella sua pienezza. Per questo motivo, nel corso dei secoli, il popolo ebraico si è astenuto dal pronunciare o scrivere il Tetragramma, il Nome di Dio, in segno di riverenza e umiltà.
Perché il trattino? L’uso della parola “Dio” ha acquisito importanza tra gli editori ebrei ortodossi nell’Europa pre-Olocausto, che però avevano una preoccupazione: giornali o opuscoli stampati recanti il Nome potevano finire nella spazzatura, per terra o comunque profanati. Il trattino era quindi un modo pratico per mitigare la potenziale mancanza di rispetto, peccando per eccesso di cautela.
Grazie alla collaborazione tra Comunità Ebraiche, Comuni, Enti locali e Associazioni attive sul territorio e ad un patrimonio storico-culturale di sicuro interesse, ogni anno si dà vita ad una manifestazione diffusa in modo capillare in gran parte della penisola, che accoglie decine di migliaia di visitatori.
Un esempio? A Cherasco, la sinagoga testimonia ancora oggi secoli di storia di un popolo che nel 1547 scelse la Città delle paci come sede, contribuendo a definirne l’identità culturale, civile ed economica.
Una visita a questo luogo apre la mente all’affascinante mondo della cultura ebraica con le sue ramificazioni territoriali, la vita quotidiana, i riti e le usanze di una comunità che oggi, purtroppo, è quasi completamente scomparsa.
La sinagoga cheraschese, aperta in particolari occasioni dell’anno, grazie alla “Fondazione De Benedetti - Cherasco 1547” (ONLUS), è una sorpresa per gli occhi e lo spirito: perfettamente conservata e con la presenza di allestimenti fotografici in tre sale dedicate.
Altri esempi della bellezza della cultura ebraica sono ovunque sparsi in Piemonte e meritano di essere (ri)scoperti, anche per mantenere viva la memoria della Shoah.
Da questa Giornata si riparte con una convinzione in più: camminando insieme, in uno spirito di autentica accoglienza e condivisione, mai più si ripeterà quella violenza di cui solo l’uomo, a volte, sa essere capace.






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