Una sanità meno dipendente dall'ospedale, più presente sul territorio e soprattutto costruita attraverso una programmazione capace di guardare oltre le singole scadenze politiche. È la direzione indicata da Gian Piero Porcheddu, direttore della Cooperativa albese Coesioni sociali, eletto vicepresidente di Confcooperative Sanità Piemonte, la federazione regionale che riunisce le cooperative sanitarie. La denominazione trova conferma anche nella struttura ufficiale di Confcooperative Piemonte.
La federazione conta 20 cooperative, 664 occupati e 2.508 soci. Alla presidenza è stata eletta Chantal Re, mentre Porcheddu seguirà in particolare le nuove progettualità in campo sanitario, il ruolo di referente sindacale della federazione in raccordo con Federsolidarietà e la formazione delle figure professionali.
L'organizzazione comprende realtà differenti: dalle cooperative di medici alle farmacie, fino ai servizi sociosanitari e alle mutue. Una composizione che riflette l'obiettivo originario della federazione regionale, nata per contribuire alla costruzione di una rete di assistenza territoriale e mettere in relazione le diverse componenti del settore sanitario.
Qual è la priorità da cui partire?
"La sanità è un tema troppo importante per essere affrontato attraverso slogan o cambiando direzione ogni pochi anni. Un piano sanitario regionale ha bisogno di un periodo lungo per essere sperimentato, naturalmente con la possibilità di correggerlo durante il percorso. Oggi faccio fatica a individuare un vero modello piemontese, mentre altre regioni hanno costruito nel tempo sistemi maggiormente riconoscibili".
La Regione ha indicato territorio e domiciliarità come direzioni sulle quali investire. È la strada giusta?
"Sì, è una scelta che condivido. Ma bisogna organizzarla e dotarla di risorse e personale. Investire sul territorio non significa avere domani mattina meno accessi al pronto soccorso: significa costruire nel tempo una rete che possa intercettare prima alcuni bisogni. Penso alle farmacie disponibili a svolgere una parte della diagnostica, ai medici organizzati sul territorio, alle RSA e alle RAF che, se adeguatamente strutturate, possono offrire anche determinati servizi sanitari".
Il rischio è costruire nuove strutture senza avere chi possa lavorarci?
"Esattamente. Le strutture territoriali possono essere flessibili e polivalenti, evitando al paziente continui spostamenti, ma devono avere operatori. Altrimenti rischiamo di creare cattedrali nel deserto. Oggi trovare infermieri ed educatori è difficile tanto per noi quanto per il pubblico e non possiamo semplicemente spostare personale dagli ospedali o dalle strutture residenziali: risolveremmo un problema creandone un altro".
Uno dei fronti più delicati riguarda proprio chi lavora nei servizi.
"I nostri operatori hanno gli stessi profili professionali e gli stessi percorsi formativi dei colleghi del pubblico, compresa la formazione continua, ma lavorano 38 ore e arrivano a guadagnare circa il 15-20% in meno rispetto al contratto della sanità. Nei servizi alla persona convivono sette o otto contratti diversi. Io auspico che un giorno si possa arrivare a un contratto unico per chi lavora nella sanità e nel sociale, indipendentemente dal fatto che sia dipendente pubblico, privato o del terzo settore".
Su questo è aperto anche il confronto sulle tariffe riconosciute alle cooperative. A che punto siete?
"Abbiamo chiesto un adeguamento del 12% delle tariffe. Sul versante sanitario la Regione Piemonte aveva già riconosciuto un 3,5% due anni fa e successivamente circa 600 euro attraverso i PAP; ora c'è l'impegno per un ulteriore 3-4% e vedremo quale sarà l'esito. Sulla componente assistenziale delle rette, che fa invece capo agli enti locali, non abbiamo avuto riconoscimenti. Per sostenere il costo del rinnovo contrattuale le cooperative hanno dovuto utilizzare le proprie riserve sociali".
Quale sarà il prossimo passaggio?
"Abbiamo chiesto ai consorzi di incontrarci e lo faremo nella prima settimana di ottobre. Speriamo di trovare una soluzione; diversamente non avremo altra scelta che valutare le vie giudiziarie. Esiste già il precedente del Comune di Torino: alcune cooperative si sono rivolte al TAR e hanno ottenuto ragione. Oggi Torino riconosce non soltanto il 12%, ma il 15%, anche per compensare quanto arrivato in ritardo. È un esempio che, a nostro giudizio, dovrebbe essere seguito".
Ha avuto modo di parlarne anche con gli amministratori del territorio?
"Sì. In questi mesi abbiamo avuto, per motivi diversi, come interlocutori il sindaco di Bra Gianni Fogliato e il sindaco di Alba Alberto Gatto. Devo dire che entrambi hanno compreso le ragioni delle nostre preoccupazioni. Adesso però abbiamo bisogno che al confronto si arrivi con proposte concrete".
Che cosa chiede, in particolare, alla politica locale?
"Mi rendo conto che un amministratore pubblico abbia moltissime richieste alle quali rispondere, ma bisogna fare delle scelte. Parliamo di anziani che hanno bisogno di assistenza, di minori che devono essere seguiti, di persone con disabilità che necessitano di avere un futuro certo anche quando le loro famiglie non ci saranno più. Sul sociale dobbiamo recuperare spazio e dignità".
Lei propone una sorta di cabina di regia?
"È quello che chiediamo da tempo. Una cabina di regia a guida pubblica nella quale siedano Regione, ASL, Comuni, terzo settore e anche il privato. Ci si mette intorno a un tavolo, si guarda quali risorse esistono realmente e si stabiliscono le priorità per i successivi tre o quattro anni. Non deve essere il libro dei sogni: dobbiamo partire dai bisogni delle persone e dalle risorse disponibili".
Quali bisogni vede oggi con maggiore preoccupazione?
"Oggi la problematica più grande che vediamo sul territorio riguarda i minori. Ci troviamo di fronte a situazioni molto serie, dai disturbi del comportamento alimentare alle dipendenze, e dobbiamo organizzarci per riuscire a dare risposte. Ma dobbiamo ripensare anche il modo in cui affrontiamo l'invecchiamento".
In quale direzione?
"Dobbiamo uscire dall'idea che essere anziani significhi essere malati. Le case di riposo hanno ancora modelli costruiti molti anni fa. Dobbiamo pensare maggiormente all'housing sociale e a strutture aperte, nelle quali anziani e giovani possano incontrarsi. La struttura residenziale deve essere la risposta quando esiste una condizione sanitaria che la rende necessaria, non semplicemente perché una persona ha raggiunto una certa età".
Che cosa può mettere concretamente a disposizione Confcooperative Sanità?
"Strutture, esperienza e capacità progettuale. Le nostre cooperative lavorano ogni giorno sui territori. Pochi giorni fa ad Asti è stato inaugurato quello che indichiamo come il primo centro diurno Alzheimer, progettato e gestito da una cooperativa. Lavoriamo da anni sui disturbi del comportamento alimentare e sulla disabilità. In vent'anni abbiamo realizzato centinaia di inserimenti lavorativi nelle nostre strutture. Il terzo settore non deve essere considerato un soggetto esterno al sistema: lavora per la collettività e su progetti riconosciuti dagli enti pubblici".
E sulla medicina territoriale quale ruolo volete assumere?
"Ci candidiamo a dare il nostro contributo perché abbiamo strutture, esperienza e soprattutto progettualità. Viviamo sul territorio e possiamo portare proposte operative. Naturalmente servono risorse e servono operatori: senza queste due condizioni qualsiasi progetto rischia di rimanere sulla carta".
Quale vorrebbe fosse, allora, il metodo della nuova federazione?
"Il confronto. Se siamo presenti sul territorio, abbiamo capacità progettuale e questa viene riconosciuta, dobbiamo riuscire a sederci allo stesso tavolo. Solo una contrattazione aperta su questi temi può permettere di affrontare i problemi: con una logica di muro contro muro non si va da nessuna parte. Il Piemonte ha una grande tradizione nel sociale e deve essere capace di anticipare i tempi, ragionando sul futuro sanitario e sociale della nostra regione".














