Fate pure i dovuti scongiuri, ma prima o poi arriva il momento in cui tutti ci pensiamo in un modo o nell'altro. Ogni anno, il 2 novembre, si celebra la Commemorazione dei fedeli defunti.
È un appuntamento profondamente radicato nella tradizione italiana, che si manifesta attraverso gesti familiari: una visita al cimitero, un mazzo di fiori, una candela accesa, una preghiera oppure un momento di raccoglimento.
Gesti ripetuti di generazione in generazione, sopravvissuti alle epoche e ai culti, che sembrano custodire una necessità universale: mantenere viva la memoria di coloro che abbiamo amato. La morte, del resto, è una delle poche esperienze che accomunano l'intera umanità, indipendentemente dall'epoca, dalla cultura e dalle convinzioni religiose.
La Commemorazione dei defunti ha una storia che risale al Medioevo. Nel 998 Odilone, quinto abate di Cluny, dispose che nei monasteri legati alla sua abbazia si celebrasse una memoria di tutti i fedeli defunti il 2 novembre, il giorno successivo a Ognissanti. La consuetudine si diffuse progressivamente fino a entrare nella tradizione della Chiesa latina, contribuendo a definire una ricorrenza ancora oggi legata al ricordo delle persone scomparse.
Questo ci introduce ad una panoramica su come nel corso dei secoli la morte sia stata rappresentata sotto diversi aspetti: destino comune, allegoria, passaggio verso un'altra dimensione, ma anche come presenza familiare nella vita quotidiana.
Día de los Muertos
Nei giorni che in Italia sono dedicati alla visita ai cimiteri e al ricordo dei propri cari, in Messico si celebra il Día de los Muertos, una tradizione che intreccia pratiche di origine precolombiana e festività cattoliche introdotte dagli europei. Le famiglie preparano altari domestici, chiamati ofrendas, con fotografie, candele, fiori, cibi e oggetti appartenuti ai defunti. La morte non viene rappresentata soltanto come una separazione definitiva, ma come un'occasione di incontro simbolico tra vivi e morti. Nel 2008 questa tradizione è stata iscritta dall'UNESCO nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità, dopo la proclamazione del 2003. Ma tutto questo è un'altra storia.
L'immagine più riconoscibile associata al Día de los Muertos è la Catrina, lo scheletro femminile vestito con eleganza e ornato da un grande cappello, dietro cui si nasconde una storia di satira sociale. La Catrina nasce dall'immaginazione dell'incisore messicano José Guadalupe Posada, che all'inizio del Novecento raffigurò uno scheletro femminile con un elegante cappello europeo, conosciuto come La Calavera Garbancera. L'immagine prendeva di mira chi rinnegava le proprie origini popolari per imitare le classi sociali più ricche. Successivamente, il pittore Diego Rivera contribuì a renderla celebre, rappresentandola nel murale Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central.
Oggi uomini e donne si dipingono il volto come un teschio, indossano abiti eleganti e sfilano per le strade delle città. Dietro l'apparente macabro si nasconde un messaggio universale: la morte rende tutti uguali, indipendentemente dalla ricchezza o dalla posizione sociale. La Catrina non rappresenta, quindi, soltanto la fine della vita, ma anche un modo ironico e profondamente umano di guardare alla propria mortalità.
La predica dei morti
Arte e letteratura hanno raccontato nei secoli i riti funebri e il lutto, riflettendo il modo in cui ogni epoca vive la morte e la memoria. Tra gli esempi c'è la Sacra di San Michele, l'imponente abbazia simbolo del Piemonte che, sfidando i principi della fisica, domina la cima del Monte Pirchiriano, all'imbocco della Valle di Susa.
Qui la memoria dei defunti è diventata anche una forma d'arte, che si può ammirare all'interno della chiesa, dove si trova l'affresco più antico dell'intero complesso: "La predica dei morti" del XIV secolo, di autore ignoto.
Esso raffigura due defunti, nel loro sepolcro, che reggono in mano delle pergamene recanti una scritta in latino: «Miseremini mei miseremini mei saltem vos amici miei quia manus Domini tetigit me» ovvero «Pietà di me - pietà di me almeno voi amici miei - perché la mano del Signore mi ha toccato».
E in lingua francese, chiedono una preghiera ai viventi che sono di fronte: «O voi che passate di qua - pregate Dio per i trapassati - perché un giorno noi eravamo come voi e un giorno voi sarete come noi».
Riti e sapori del 2 novembre
In varie parti d'Italia ci sono dolci legati alle festività dei morti. Sono di solito dolci semplici negli ingredienti e nella preparazione. Si mettono su tavole imbandite nella notte fra 1 e 2 novembre per i morti che tornano a fare visita ai parenti. Hanno nomi diversi, da fave dei morti, ai più conosciuti oss d'mort, mentre al sud c'è la frutta di Martorana. Secondo la tradizione, la sua origine è legata al monastero della Martorana di Palermo, dove le monache avrebbero modellato frutti e ortaggi con la pasta reale per adornare gli alberi spogli del giardino in occasione della visita di un alto prelato. Realizzata con pasta di mandorle, questa piccola opera d'arte dolciaria riproduce con sorprendente realismo agrumi, fichi, pere, castagne e altri frutti della terra. I suoi colori intensi portano sulla tavola l'immagine di una natura che continua a generare vita anche quando l'autunno sembra annunciare la fine di ogni ciclo. La Martorana diventa così una metafora potente: dalla terra apparentemente spoglia può sempre rinascere la bellezza, e dalla fine di una stagione può germogliare una nuova promessa di vita.














