Giovedì inizia la 36ma edizione del Premio Tenco, il Festival della Canzone d'Autore che ogni anno il Teatro Ariston ospita a Sanremo. Sarà un' edizione “limitata”, nel senso che quest'anno è venuta a mancare una larga fetta dei finanziamenti, e quindi una versione più spoglia del solito, con un elenco di artisti numericamente ridotto e senza molti degli appuntamenti collaterali che da sempre hanno caratterizzato la rassegna. Il Premio sarà dedicato ad Amilcare Rambaldi, fondatore e anima del Club Tenco, per ricordare e festeggiare la ricorrenza del centenario della nascita. Il titolo sarà infatti “Robe di Amilcare”, parafrasi della canzone che Paolo Conte gli dedicò dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1995.
E' un vero peccato che i ridotti fondi abbiano costretto gli organizzatori a rinunciare, fra i tanti appuntamenti, a due dei tre “Dopotenco” che accompagnavano ogni serata all’Ariston. Perché una delle cose che rendevano il festival della canzone d’autore una manifestazione canora del tutto originale era proprio questa. Già di suo, il “Tenco” è sempre stato un unicum. Artisti che fanno musica “d'autore”, già affermati o che si stanno appena facendo conoscere al grande pubblico oppure ancora vecchie glorie rispolverate, hanno trovato nel palco del teatro Ariston un luogo ideale, dove hanno sempre dato il meglio di sé.
Alla lista appartengono anche musicisti del cuneese, come Gianmaria Testa, che nel 2007 ha vinto la Targa Tenco come miglior album, ma anche il gruppo dei Lou Dalfin premiati con merito anche loro, o in anni passati il compianto Duilio Del Prete, cui è stato dedicato il disco “Duilio Del Prete canta Brel”. Senza dimenticare i tanti musicisti della “Granda” che hanno accompagnato i vari artisti che si sono esibiti sul prestigioso palco sanremese. Performance artistiche che spesso si dilungano molto oltre il tempo a disposizione. Perché lì si divertono, e tanto. Divertimento che diventa incontenibile quando, finito lo spettacolo a ore tardissime, ci si trasferisce al Roof dell'Ariston per la cena.
Solo chi c'è stato può capire che cosa sia veramente il “Dopotenco”. Sul lato ”serio”, ovvero quello di poter mettere in contatto più persone fra di loro per eventuali sbocchi professionali, è il lato goliardico ad avere il sopravvento. I cantanti ed i musicisti, che già non si sono risparmiati durante lo spettacolo, invadono letteralmente il piccolo palco del Roof per delle jam session improvvisate ma di una qualità musicale eccellente. C'è da chiedersi come riescano a suonare/cantare così bene considerando il tasso alcoolico che in loco è altissimo.
Oltre al vino compreso nella cena, c'è sempre qualcuno, come per molti anni ha fatto l'ex Sindaco di Serralunga d'Alba, che provvede a rimpinguare le scorte. Cosicché, verso le tre di mattina, persone normalmente dignitosissime, come presidi di licei, produttori discografici, fondatori di Slow Food, scrittori, giornalisti e professionisti vari, si ritrovano a: lanciare salviette annodate sul palco, intonare stonatissime strofe di canzoni vagamente trash come “A chi”, improvvisare trenini brasiliani sconquassati, formare lunghe code composte per baciare a turno la più bella della serata, ballare sui tavoli.
E ci si può perciò ritrovare allo stesso tavolo per mangiare – e soprattutto bere - insieme ad un architetto, ad un produttore discografico, ad un vignettista, ad un mostro sacro della canzone, tutti che ti trattano come fossi loro amico da decenni e che ti raccontano spassosi aneddoti di vita vissuta, infarciti di nomi di persone viste solo alla televisione o lette sulla carta stampata. Si diventa così partecipi per qualche ora di un mondo che il giorno dopo tornerà a far parte di un universo parallelo, quello dello spettacolo.
Ecco, quest'anno, il “Dopotenco” si limiterà, per forza di cose, alla serata del sabato. Che peccato.


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