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| 13 novembre 2013, 07:30

Supermercati dove vige la legge della domanda, ma soprattutto dell'offerta!

Supermercati dove vige la legge della domanda, ma soprattutto dell'offerta!

Fare la spesa al supermercato può essere una grande scocciatura o qualcosa di molto simile all'avventura. Uno stress psico-fisico se ci si va perché a casa non c'è rimasto nulla da mangiare; se ci si va con bambini noiosi che si buttano per terra facendo i capricci o che urlano con un volume tale di voce che li sente da un capo all'altro dell'edificio; se ci si va di domenica o nei giorni festivi sempre con bambini capricciosi, urlanti, recalcitranti e con la lista della spesa lunga quattro pagine.

Se non è per stringente necessità, mi piace prendermela comoda. Non vado mai nello stesso supermercato, di volta in volta ne giro uno e poi passo ad un altro. Il che può dipendere molto dalla lettura dei volantini con le offerte, il cui studio approfondito mi può far optare per questo o quell'altro in base alle mie necessità di spesa. Se decido di andare in uno solo, tornerò ogni volta a casa con qualcosa che volevo comprare ma che non ho trovato, a prescindere dalla marca. Tanto so che quel tipo di patate surgelate è inutile che le cerchi al super X benché fornitissimo di tutto il resto, perché le troverò solo al super Y, dove peraltro non troverò mai quei grissini che mi piacciono tanto e che vendono solo al super Z.

I supermercati di marca e i discount sono due mondi che una volta viaggiavano su binari paralleli, uno escludeva l'altro, mentre in tempi recenti convivono perfettamente. Li ricordo i primi hard (prefisso poi sparito) discount, che in Italia, come per tutte le cose, erano comparsi molto in ritardo rispetto agli altri paesi. Erano volutamente sciatti, disordinati, i prodotti stavano dentro gli scatoloni buttati alla rinfusa, di marche ignote alla grande distribuzione. Perlopiù di origine tedesca, sovente senza traduzione in italiano, era pressoché impossibile capire quali fossero gli ingredienti. Il packaging della merce era studiatamente squallido, il personale sciatto (le donne con pettinature sfatte, gli uomini con i capelli poco curati e la barba da fare): varcate le porte d'ingresso si lasciava alle spalle la propria città per piombare d'improvviso dentro ad un paese della cortina di ferro ante caduta del muro. Le cassiere (al massimo erano in due) dall’aspetto triste digitavano uno per uno il prezzo dei prodotti, che sapevano (mai capito come) a memoria, acquistati da clienti trasandati che sembravano anch'essi residenti nella vecchia Germania dell'Est.

Molto, ma molto molto, tempo lo passo, volutamente, fra gli scaffali dei supermercati stranieri. Quelli della Costa Azzurra ormai li conosco tutti a menadito, eppure ogni volta trovo qualcosa che mi sorprende. E' la ricerca del cibo che in Italia non trovi, anche se non è detto che sia necessariamente migliore delle cose nostre. Può essere la confezione, l'ingrediente, anche solo l'aspetto di un cibo sconosciuto per il quale provo subito un'attrazione fatale: lo devo comprare e provare. E, a parte i prodotti, è la disposizione stessa dei cibi e delle bevande che è completamente diversa da quella un po' provincialotta adattata nei super di casa nostra. Non per niente Oscar Farinetti, uno che di queste cose ne intende, per il suo Eataly ha preso spunto a mani basse dal modello di presentazione e d'impatto che si possono trovare nella merce esposta nei mercati e supermarket stranieri (avete mai visto come viene presentata la frutta fresca nei negozio di New York ?). Che sono più belli a vedersi e dove si trovano tanti prodotti anche esotici che noi italiani, forti del nostro splendido patrimonio culinario, e abituati solo da pochi decenni ad un'immigrazione che gli altri paesi hanno metabolizzato ormai da secoli, non siamo abituati a prendere in considerazione. Così sono una gioia per i miei occhi i vari Tesco o Sainsbury inglesi, i reparti alimentari dei Marks&Spencer o di Harrods o dei magazzini Lafayettes francesi dove, accanto ai cibi del territorio, si possono trovare alimentari provenienti da ogni parte del mondo. Che destano in me un'innata curiosità accompagnata ad una preoccupante smania di acquisto. Faccio incetta delle vettovaglie più strane, perché in quel momento mi si è aperto un mondo nuovo.

Salvo poi trovarmi alla cassa davanti ad una cassiera con gli occhi a mandorla e un sacco di roba improbabile da mettere nel sacchetto, mentre mi chiedo, sentendomi una Bruce Chatwin del supermarket esotico: “Che ci faccio io qui?”.


Monica Bruna

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