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Contro copertina | mercoledì 15 giugno 2016, 08:00

La donna è auto-mobile…

Disegno di Danilo Paparelli

Ho imparato a guidare (ma non a parcheggiare, purtroppo) su una Ritmo. Quando la collega ventenne mi ha chiesto “cos'è L'ARITMO?”, mi sono sentita immediatamente molto “antica”. Qui non si parla dell'Età della pietra, ma appena degli anni Ottanta, quando le auto sembravano delle scatolette abbozzate da un designer dell'est europeo (allora esisteva ancora la “cortina di ferro”) con un significativo deficit di creatività.

In quegli anni le ragazze adoperavano soprattutto le 500, dismesse dai genitori. Tanto minuscole fuori, quanto sorprendentemente grandi dentro. Momento traumatico: quella volta quando la vetturetta di una mia amica si bloccò proprio mentre stavamo passando ad un passaggio livello, sui binari. Non mi ricordo per niente come uscimmo dall'impasse, ma in qualche modo accadde, altrimenti non sarei qui a scriverne.

Invece, la mia prima automobile fu la classica A112, versione Elite, di seconda mano. Secondo il tizio che me la vendette, “un gioiellino”. Del gioiellino, nel giro di qualche mese, iniziò a rompersi tutto quello che si poteva rompere. I momenti più traumatici, a pari merito, furono quando partì la frizione e si guastarono i freni (ero su un cavalcavia, in discesa). In entrambe le occasioni sperimentai l'utilità dei maschi che si erano dati parecchio da fare per darmi una mano. Credo che anche il fatto che fossi una ventenne carina abbia avuto il suo peso.

A parte i guai meccanici e la notevole differenza per quanto riguarda la sicurezza (le cinture se c'erano non si allacciavano, mancavano i poggiatesta, niente airbag, niente di niente, insomma) tante cose erano comunque diverse. Finestrini a manovella, deflettori (che erano tanto funzionali) e le gigantesche autoradio che ci si portavano dietro perché allora c'era un mercato molto fiorente di quegli apparecchi rubati. E soprattutto, niente aria condizionata, che era un optional solo per le super lusso. I viaggi estivi erano un'odissea. Il caldo patito allora, è inimmaginabile, oggi.

Dopo una parentesi in cui dividevo l'auto con mio fratello perché lavoravamo in orari sfasati, con la seconda macchina del tutto mia feci un notevole salto di qualità. L'Opel Tigra, una piccola coupè niente male, alla quale seguì una Lancia Ypsilon Elefantino Rosso. L'avevo comprata perché potevo usufruire del famoso “sconto Fiat” per i dipendenti diretti e per quelli che lavoravano nell'indotto, come me. Comunque, una signora macchinetta. A seguire, un'altra Ypsilon, che aveva la ripresa di un trattore, e poi mi sono buttata sulle francesi. Una Peugeot 207 cui mi ero molto affezionata e per finire, l'attuale DS3. A pensarci, la mia prima A112 , in confronto, sembrava un'automobilina a pedali.

Per la vecchiaia, l'ideale per me sarebbe poter avere un autista, come nel film “A spasso con miss Daisy”. Questa è proprio una delle cose che invidio ai ricchi: potersene infischiare di dover trovare parcheggio, incombenza che ricadrebbe sulle spalle di qualcun altro. Perché non è tanto il guidare in sé che non mi piace, quanto perdere tempo nella ricerca di un posto. Ore e ore nella vita andate perse così, per niente.

In alternativa, potrei sempre optare per vettura che si guida da sé. Già mi immagino. Salgo, imposto la destinazione, e quindi mi abbandono completamente alle distrazioni: guardare scorrere il paesaggio, come capita nei viaggi in treno. Poi, arrivata a destinazione, l'auto – robot si cerca un buchetto nelle vicinanze e, bip-bip, parcheggia da sola. Che sogno!

Monica Bruna

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