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Contro copertina | mercoledì 13 luglio 2016, 09:01

Da dove ti scrivo? Da dove mi leggi?

Disegno di Danilo Paparelli

Nel film “Special correspondents”, prodotto dal canale streaming Netflix, un giornalista e il suo collaboratore (Eric Bana e Ricky Gervais) come conseguenza di vicissitudini varie, finiscono per trasmettere i pezzi giornalistici in un ristorante spagnolo del Queens (N.Y.) fingendo però di essere in Ecuador, dove invece dovrebbero realmente trovarsi, sul fronte di una pericolosa guerriglia protagonista dei loro reportage. I due per un po' riescono a essere credibili anche piuttosto bene. Ma solo per un po'. In seguito saranno costretti a partire davvero per il Sudamerica per non perdere la faccia, la credibilità, e il posto di lavoro.

Quando il giornalista trasmette i suoi pezzi, pieni di pathos supportati da rumori di guerra in sottofondo (spari, detonazioni, urla) rigorosamente finti, il direttore del radiogiornale e con lui tutta la redazione ci cascano in pieno, immaginando i due che pericolosamente commentano i tragici avvenimenti nascosti dietro a un cespuglio, a repentaglio delle loro vite. Quando, in realtà, se ne stanno comodamente con le gambe sotto al tavolo nel ristorante di fronte alla redazione.

Sta nella bravura di chi scrive e racconta riuscire a catapultare il lettore in mondi lontanissimi da quelli in cui si trova in quel momento.

Noi (i lettori) siamo sotto l'ombrellone, in spiaggia. Intorno la varia umanità vacanziera, mediamente felice e spensierata. Apriamo il giornale e leggiamo la cronaca di un corrispondente di guerra.

Da quel momento in poi niente più bambini che sguazzano in acqua, ma bambini che piangono spaventati, le urla delle madri (mettiti la crema, vieni qui) pare gridino mettiti in salvo, scappa via, le risa si trasformano in pianti. Tutto questo per la durata del tempo necessario alla fine della lettura dell'articolo. Siamo finiti anche noi per alcuni minuti in mezzo alla disperazione e al male, insieme al giornalista. E contemporaneamente ci troviamo al sicuro. O almeno ci vogliamo credere. Di questi tempi ormai nessun luogo può dirsi veramente protetto.

Di alcuni scrittori sappiamo, perché ce lo hanno detto loro stessi, di aver inventato storie straordinarie, senza neppure muoversi da casa. Pensiamo a Salgari e al suo immaginario mondo esotico. Decine di libri nati fra le mura domestiche, che affascinarono anche un personaggio che una vita avventurosa la visse veramente: Che Guevara.

E così anche Alice Munro, premio Nobel canadese, ha partorito i suoi numerosi racconti scrivendo per lo più nei tempi liberi ritagliati dall'accudimento della famiglia: “La vita reale non erano la mia casa, i figli, il marito. Ciò che era reale era la mia scrittura, come si sviluppava nella mia mente e poi sulla pagina. Una realtà a cui non ho potuto rinunciare, mai”. Una casalinga-scrittrice.

E all'inverso. Chissà se il pensiero del cronista di guerra, anche per qualche breve istante, mentre scrive, andrà allo sconosciuto che si troverà ovunque a leggere il suo articolo.

In treno, in poltrona, su una panchina, in metrò, a letto, in cucina.

In montagna, sulle rive di un torrente rumoroso. In sala d'aspetto dal dentista. In auto mentre aspetta il figlio all'uscita da scuola.

Oppure, più prosaicamente, in bagno.


Monica Bruna

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