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| mercoledì 16 novembre 2016, 09:07

"Parliamo di caffè senza fare tanti discorsi da bar"

La Controcopertina di Monica Bruna

Disegno di Danilo Paparelli

E' un classico dell'italiano all'estero. Quello che va alla ricerca del bar dove fanno un caffè “decente”, che setaccia i locali ad uno ad uno, per poi comparare e alla fine scegliere quello che più si avvicina al suo gusto. E che fiero della scoperta, dopo lo racconta a tutti i compagni di viaggio, altri poveri derelitti in crisi acuta da astinenza di “espresso”: “In quel posto lì lo fanno abbastanza buono, perché è gestito da italiani. Certo, non è la stessa cosa, ma si può bere”. Perché l'Italia è il paese della pizza, della pasta, e del caffè.

Lo vogliamo bere in cento modi diversi: ristretto, lungo, con latte (caldo o freddo in tazza o a parte...), macchiato, col cioccolato, al gingseng, decaffeinato, mentre all'estero è praticamente uno solo, e nelle loro pubblicità lo reclamizzano sempre come caffè all'italiana, garanzia di migliore qualità. Noi italiani abbiamo il caffè nel dna.

Sarà anche perché il caffè porta con se un sapore nostalgico. Il rumore che faceva quando usciva dal beccuccio della caffettiera, quel “crooo, crooo, glu glu”, l'odore che stagnava (in senso buono) in tante case, in special modo in quelle dei parenti più anziani, dalla zia, dai nonni. Dove la moka aveva sostituito la vecchia “napoletana”, un arnese che comportava l'uso di una manualità tutta speciale, e che mi ha sempre fatto un po' impressione, quella del suo capovolgimento. Ma quell'aroma, insieme all'odore del minestrone, faceva così tanto “famiglia italiana”. Oggi però altri metodi si stanno affiancando a quelli tradizionali per soddisfare la nostra voglia di espresso da bar, grazie alle macchinette casalinghe a cialda, con un gusto che è tutt'altra cosa rispetto a quello della moka.

Il caffè va bene in qualsiasi momento della giornata. Un classico è la pausa al lavoro. Avendone la possibilità l'italiano lo prende al bar, ma non sempre si può uscire dall'ufficio per andarci. Forse una volta, oggi non più. Bisogna allora accontentarsi dei distributori automatici (uno dei massimi punti di aggregazione sociale, ne meriterebbe un'analisi più approfondita). Che si sono evoluti e offrono una gran varietà di tipi e sotto-gusti di una bevanda che poi al caffè non si avvicina neppure lontanamente. Alla fine quasi tutti prendono quello classico, commentando ogni volta: “Questo qui non è granché, ma meglio di niente”.

Direi che in Italia, dove proliferano le piccole e ottime torrefazioni artigianali (se ne contano oltre 800 sparse per tutta la penisola), non ci può essere mercato per il più caro caffè del mondo, il Kopi Luwak, che costa intorno ai 113 euro l'etto. La sua peculiarità consiste che le bacche di caffè rosso sono ingerite e quindi espulse attraverso gli escrementi dallo zibetto delle palme, un animaletto parente della mangusta. I chicchi, transitando nel suo stomaco acquisterebbero (il condizionale è d'obbligo, non mi sognerei mai di provare a berlo) un particolare sapore cioccolatoso.

Lasciamo in pace i poveri zibetti delle palme, và...



Monica Bruna

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