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Ad occhi aperti | 16 novembre 2019, 16:06

Meme, remix e l'appiattimento del pensiero critico - Tusk

Con la sua tragica storia Smith ci racconta che se è vero che “chi ride bene ride ultimo”, è anche vero che “chi ride in modo sbagliato alla fine non ride affatto”

Tusk

Tusk

“Tusk” è un film statunitense del 2014, scritto e diretto dall'iconico cineasta canadese Kevin Smith.

Protagonista della pellicola è Wallace, che gestisce un podcast molto famoso con l'amico Teddy, incentrato sulla proiezione e la presa in giro di una gran quantità di video provenienti da tutta l'America: storie strane e assurde, a volte inspiegabili. Wallace decide un giorno di viaggiare in Canada per intervistare la vittima di un incidente fortuito e s'imbatte in un annuncio misterioso di un vecchio viaggiatore che cerca qualcuno a cui raccontare le proprie avventure: Wallace risponderà e incontrerà l'uomo... che si rivelerà essere un folle ex marinaio intenzionato a “ricostruire” attraverso di lui l'unica creatura vivente che gli abbia mai dato amore incondizionato.

Se avete vissuto in Italia nelle ultime due settimane non potete non averla sentita almeno una volta.

Sto parlando di “Io sono Giorgia”, il remix realizzato dallo Youtuber MEM&J di una parte di un comizio politico di Giorgia Meloni: quindici giorni di esistenza su internet, 4,5 milioni di visualizzazioni (nel momento in cui sto scrivendo).

È l'ultimo, principale, esempio del fenomeno dei “meme di internet”: per chi ancora non lo sapesse la definizione, coniata su un articolo di Wired del 1993, riguarda quelle idee, quegli stili e quelle azioni che si propagano irrimediabilmente nella cultura di massa per imitazione (nell'era di internet leggersi “per condivisione”) diventando celebri oltre ogni limite.

Una nuova forma di linguaggio si potrebbe quasi dire, visto il fiorire nel corso degli ultimi decenni di pagine dedicate alla loro realizzazione. Un alfabeto che rende comico/ironico qualunque elemento della vita concreta di qualunque tipo e di qualunque origine... compresi, evidentemente, i comizi politici.

(Anche) su questo tipo di nuovo linguaggio si basa il lavoro del protagonista di “Tusk”, assurda pellicola horror di Kevin Smith che non mi stancherò mai di consigliare a qualunque fan sia del cinema di genere che del cinema più leggero e “da ridere”.

Perché in “Tusk” si ride, e molto, anche se spesso in modo amaro... come sembra piacere molto alla “generazione meme”. Ci si spaventa, si prova disgusto e compassione addirittura, ma soprattutto si ride. E lo si fa sia con gli spezzoni di video del programma radiofonico del protagonista (una sorta di macabro e scanzonato “Real Time”, o “Paperissima”) sia guardando gli effetti concreti della sua spasmodica ricerca di materiale da mettere alla berlina. Perché Wallace – un uomo superficiale ed egoista, a cui interessano soltanto i numeri e le visualizzazioni - questo fa: cerca storie assurde ma vere da ridicolizzare senza pietà, fino a quando lui stesso non diventa una di queste.

Con la sua tragica storia Smith ci racconta che se è vero che “chi ride bene ride ultimo”, è anche vero che “chi ride in modo sbagliato alla fine non ride affatto”.

So che quel che sto per dire ha tanto il sapore dell'ottuagenario che guarda il mondo come guarda i cantieri, ma ci credo davvero: la risata dei meme è pericolosa.

Perché è puramente comica, non satirica, e non nasconde all'interno alcun significato o critica intrinseca su cui riflettere a posteriori... si ride della cosa estrapolandola dal contesto in cui è stata detta/fatta. I meme non sono l'evoluzione della satira, che i potenti li smaschera e li mette a nudo: i meme i potenti li rendono “pop”, li avvicinano alla persona comune e, piano piano, li rendono più digeribili.

È davvero questo che ci serve? Non lo so. Di sicuro è quel che vogliono oltre 4 milioni di noi.

simone giraudi

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