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Al Direttore | 21 gennaio 2026, 20:24

"Perché chiedere della Ferrero in Israele e non chiedere risposte anche alle aziende che operano in Cina?"

L'associazione Italia-Israele di Cuneo replica all'intervento della "Rete cuneese per la Palestina"

"Perché chiedere della Ferrero in Israele e non chiedere risposte anche alle aziende che operano in Cina?"

Pubblichiamo la replica dell'Associazione Italia-Israele di Cuneo alla lettera pubblicata ieri e inviata dalla "Rete cuneese per la Palestina", nella quale si chiede alla Ferrero di fare chiarezza sulle attività economiche in Israele e sulla posizione dell’azienda rispetto alle violazioni dei diritti umani. 

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Gentile Direttore,

in relazione alla lettera indirizzata alla Ferrero S.p.A. dalla «Rete Cuneese per la Palestina», ritengo opportuno formulare alcune osservazioni sul carattere implicitamente israelofobico di tale iniziativa. Infatti, la richiesta di «trasparenza» appare più come un maldestro tentativo di strumentalizzare un'azienda italiana globale per promuovere una narrazione demonizzante nei confronti di Israele.

Il documento si presenta formalmente come una richiesta di «chiarezza», ma sotto il profilo sostanziale si configura come un atto di pressione politica nei confronti di un soggetto privato, fondato su presupposti discutibili e su una lettura parziale del «diritto internazionale».

La Ferrero viene chiamata in causa non per comportamenti illeciti o violazioni concrete, ma per il solo fatto di operare legalmente in Israele, Stato sovrano e membro delle Nazioni Unite. La lettera suggerisce che la normale presenza commerciale in Israele costituisca una forma di «complicità morale» in presunti «crimini di guerra». La volontà è chiara: criminalizzare gli attori economici che lavorano in Israele.

Operare economicamente all'interno di uno Stato sovrano non implica alcuna «complicità» in eventuali illeciti imputabili a soggetti statali. La responsabilità d'impresa, come definita dai principali standard internazionali, presuppone un nesso causale diretto e dimostrabile tra l'attività aziendale e la violazione lamentata, nesso che nel caso di specie non viene neppure argomentato.

Discutibile è anche l'uso disinvolto di riferimenti a procedimenti e rapporti di organismi internazionali, presentati come accertamenti definitivi e verità fattuali, quando è noto che tali atti non hanno valore «legale» e sono spesso il prodotto di dinamiche politiche interne a consessi fortemente politicizzati. Analoga cautela dovrebbe essere adottata nella presentazione dei dati numerici relativi alle vittime del conflitto. Le cifre citate provengono in larga parte da fonti riconducibili all'autorità che, di fatto, governa la Striscia di Gaza: Hamas.

Ancora più rivelatore è il «doppio standard» adottato dalla «Rete Cuneese per la Palestina». Se, come affermano, sono «impegnati nella tutela dei diritti umani universali», perché analoghe interrogazioni non sono state presentate alle aziende che operano in Cina? Uno Stato totalitario accusato di compiere un «genocidio» a danno della popolazione Uigura dello Xinjiang. Non ha senso definirsi difensori dei «diritti umani universali» se, poi, tali diritti sono identificati esclusivamente con i «palestinesi».

Infine, la richiesta che la Ferrero adotti una «presa di posizione» o una policy specifica sui rapporti con Israele configura una pretesa indebita e inquisitoria. Pretendere che un'impresa si dissoci da una democrazia sotto assedio non è una richiesta di «trasparenza», ma un ricatto morale.

Sarebbe assai più opportuno chiedere alla «Rete Cuneese per la Palestina» perché trasformi aziende civili in bersagli politici e perché utilizzi, pervertendolo, il linguaggio dei diritti umani come strumento di lotta ideologica.

Siamo certi, come Associazione Italia-Israele, che non avremo risposte.

Davide Cavaliere, Presidente dell'Associazione Italia-Israele di Cuneo.

redazione

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