Sono passati 89 anni da quel 20 gennaio 1937 quando, davanti alla Corte d’Assise d’appello di Cuneo, iniziò il processo per il cosiddetto “delitto di Demonte”, una vicenda che all’epoca sconvolse profondamente l’opinione pubblica locale. Al centro del caso c’era l’omicidio di Donato Simoni, agricoltore di 70 anni, celibe e benestante, ucciso il 21 ottobre 1934 nella frazione Perosa di Demonte.
Secondo quanto emerse dalle indagini dell'epoca, Simoni fu attirato nella casa della famiglia Melchio-Giordano con la promessa di “incontri amorosi”. Mentre parlava con Agnese Melchio, allora venticinquenne, venne colpito a morte alla testa con un palanchino da Giovanni Giordano, marito di Agnese.
L’omicidio sarebbe stato deciso per impossessarsi del patrimonio dell’uomo, che comprendeva contanti, titoli e preziosi per oltre 50 mila lire, una cifra molto elevata per l’epoca. A spingere Giordano sarebbero state la moglie Agnese e la suocera Maria Biancotto, 54 anni, dopo tentativi falliti di estorsione e voci messe in giro per ricattare la vittima.
Dopo il delitto, il corpo di Simoni fu avvolto in una coperta, derubato, cosparso di petrolio, bruciato in parte e sepolto nei campi della famiglia. A collaborare ci furono anche Giuseppe Molineri e Spirito Diafoldo. I resti carbonizzati vennero scoperti solo nel dicembre 1935, dopo una lunga indagine che portò alla confessione di Giordano.
Il processo, iniziato appunto il 20 gennaio 1937, attirò una grande attenzione popolare, nonostante la censura del regime fascista. Fece scalpore anche il fatto che Agnese Melchio partorì una figlia in carcere poco prima dell’inizio del dibattimento. In aula le due donne negarono ogni responsabilità, accusandosi a vicenda, mentre Giordano confermò di essere stato spinto dalla moglie e dalla suocera.
Una perizia psichiatrica riconobbe a Giordano un vizio parziale di mente. Il 23 febbraio 1937, dopo la camera di consiglio, arrivò la sentenza: condanna a morte per Maria Biancotto e Agnese Melchio, un caso rarissimo e tra i primi in Italia per imputate donne; 30 anni di carcere per Giovanni Giordano per omicidio, furto e soppressione di cadavere.
La Cassazione respinse il ricorso il 10 dicembre 1937, ma la pena capitale non venne eseguita. La grazia sovrana trasformò la condanna a morte delle due donne in ergastolo, chiudendo giudiziariamente una vicenda che segnò la cronaca nera del Ventennio e in particolare della Granda.














