In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,13-16).
Oggi, 8 febbraio 2026, la Chiesa giunge alla V Domenica del Tempo Ordinario (Anno A, colore liturgico verde).
A commentare il Vangelo della Santa Messa è Claudio Bo, diacono della chiesa Battista di Mondovì. Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole per accendere le ragioni della speranza che è in noi.
Eccolo, il commento.
Questi versetti di Matteo sono fra i più conosciuti del Nuovo Testamento. Insieme alla Beatitudini rappresentano un codice comportamentale per il cristiano. Non sono il viatico per la salvezza perché nulla vale senza Carità, ma sono un monito. Dal discorso della Montagna si evince che la mansuetudine e la purezza di cuore devono accompagnarsi alla sete di giustizia, qui ci rendiamo conto che la risposta alla Grazia rappresenta anche un impegno di testimonianza.
Gesù sta parlando ai suoi discepoli per cui saremmo tentati di pensare che l’invito “militante” sia rivolto a coloro che si impegnano nell’apostolato, ma è palesemente falso. Per il mondo protestante, ad esempio, tutti i fedeli sono chiamati al sacerdozio universale, ma anche nelle altre confessioni il credente è testimone ed esempio.
Quindi il sale della terra siamo tutti noi e siamo la lampada che deve risplendere. Che significa?
Dobbiamo diventare “influencer” o gridare nelle piazze? In realtà il significato è palese: testimoniare non solo con la parola, ma anche con l’esempio, interpretare il Verbo e renderlo esplicito nelle nostre stesse azioni.
Potrei tranquillamente fermarmi qui perché il messaggio è chiaro. Eppure a questo punto nascono i problemi.
Chi legge Matteo, infatti, siamo noi. E il primo pensiero che formuliamo è: «Siamo degni di ricevere questo ordine», «Siamo veramente capaci di agire come chiede Gesù?». In effetti il Signore non ci esorta a migliorare. E categorico, ci dice cosa siamo e cosa dobbiamo fare. Qualcuno mi dirà che basta rispettare i Comandamenti, ma sapete benissimo che non è vero. I Comandamenti ci dicono cosa non dobbiamo fare, ma qui Gesù scava nell’animo del credente. Per usare un modo di dire “moderno” ci dice che dobbiamo spenderci.
Non è il caso di mettersi in mostra, ma chi ci conosce deve trarre esempio da quello che facciamo, deve vedere la luce che è in noi. Ecco, questa luce c’è davvero, questo sale di misericordia e coraggio, questa forza dell’amore, li possediamo? Siamo disposti a farne parte con gli altri?
Perché la seconda cosa che proviamo leggendo questi versetti è l’imbarazzo. Se mi metto su un monte e tutti mi vedono, se tutti possono misurare la distanza fra quello che dico e quello che sono, non penseranno che sono un ipocrita?
Si tratta di un problema che assilla un po’ tutti coloro che sono chiamati a testimoniare la Parola. Non a caso ogni volta che tengo un sermone premetto che sto parlando di me stesso, che il primo ad essere ammonito sono io. Ma è un po’ un espediente.
Perché la risposta più ovvia è: «Metti in pratica quello che dici».
Hanno ragione, ma avrebbero ragione anche a dirlo a voi. La vostra vita di cristiano si limita alle feste comandate? A cercare inutilmente di non peccare? Allora pregate Dio perché vi dia più forza perché la vostra vita è testimonianza e la testimonianza è carità e amore, è un impegno costante persino nelle piccole cose.
Gesù vi chiede di farvi riconoscere attraverso la vostra vita: che si veda generosità, comprensione, compassione, sacrificio e Fede in tutto quello che fate. Perbacco, ma il Cristo non era quello che diceva: «Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero?», sempre citando Matteo.
Ora vuole imporci una vita di perfezione? Inappuntabile? Non credo, anche i farisei lo facevano in piena buona fede. Io penso che quello che ci viene chiesto sia la disponibilità verso gli altri, la condivisione del dolore e della gioia, la compassione. Quando leggiamo Paolo (Corinzi 13: 4-13) «L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno». Comprendiamo cosa intendeva Gesù: possiamo essere fragili e peccatori nella nostra umanità, ma se nutriamo il nostro cuore con l’amore di Cristo, saremo, comunque testimoni. L’amore non è inumano, ma si riveste della nostra umanità con pregi e difetti.














