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Schegge di Luce | 15 marzo 2026, 07:19

Schegge di luce: pensieri sui Vangeli festivi di don Riccardo Frigerio

Commento al Vangelo del 15 marzo 2026, IV Domenica di Quaresima

La piscina di Siloe, James Tissot, Brooklyn Museum New York

La piscina di Siloe, James Tissot, Brooklyn Museum New York

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane» (Gv 9,1-41).


 

Oggi, 15 marzo 2026, la Chiesa giunge alla IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno A, colore liturgico viola o rosaceo).

A commentare il Vangelo della Santa Messa è don Riccardo Frigerio, direttore dei Salesiani di Bra. Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole per accendere le ragioni della speranza che è in noi.

Eccolo, il commento.

«Di chi è la colpa?»: domanda che attraversa la Storia fin dal frutto dell’albero che Eva porse ad Adamo e che attraversa la storia personale di ciascuno nelle comuni circostanze della vita. Un uomo cieco paga colpe sue o paga per i peccati dei suoi antenati? Gli avversari di Gesù pensano di interpretare correttamente un passaggio del libro dell’Esodo (“castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione” - Es 34,6-7) e arrivano addirittura a ipotizzare che quella cecità fosse un falso di antica data, perché non vedono altra spiegazione plausibile. Allora coinvolgono i genitori, sperando che rinneghino il figlio, e in parte essi lo fanno per evitare la condanna già preparata per quanti si schieravano con Gesù. Ma il figlio è grande abbastanza per rispondere di sé, per cui si sottraggono. Troppo facile giudicarli pavidi e stracciarsi le vesti per una risposta salomonica che spezza un legame familiare, poiché essere cacciati dalla sinagoga era ben più che non poter frequentare il culto, riguardava tutti i rapporti sociali, spezzava ogni relazione, si veniva considerati come degli eretici e reietti.

Il cieco nato (sarebbe bello che il Vangelo ci riportasse il nome, perché lo sentiamo quasi “uno di famiglia”), tra l’altro, pare proprio non aver bisogno di avvocati al suo fianco, se la cava benissimo nel mettere in difficoltà i propri interlocutori, che di fronte all’evidenza devono arrampicarsi sugli specchi dei massimi sistemi: se Gesù non rispetta il sabato non può venire da Dio. Peccato che non avessero sentito ancora che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato, che fare il bene non richiede una data speciale, ma è impegno continuo, che la salvezza di cui il sabato è ombra si è manifestata in tutta la sua portata con la “venuta alla luce” di quest’uomo. La nascita di un essere umano è indicata attraverso questa locuzione: venire alla luce. Allora, ribaltandola, possiamo vedere il miracolo come nascita di una vita che procederà di novità in novità (dovrà imparare a conoscere le forme, i colori, le persone…) per abbandonare quel marchio di infamia con cui veniva bollato dai cosiddetti saggi: «Sei nato tutto nei peccati».

Nel rito del Battesimo cristiano il battezzando o i suoi genitori fanno la professione di fede in cui si ripete più volte la parola «Credo». Anche il cieco nato, venuto alla luce, rinato, dice «Credo, Signore!» e si prostra davanti a Gesù. Pare di vederne l’entusiasmo, il trasporto con cui riconosce di aver trovato la luce e la direzione della vita in quell'uomo che ha detto e fatto “nuove tutte le cose”. Non è difficile immaginare che si sia messo al suo seguito, ormai dimentico di ciò che lo teneva legato all’ambiente più familiare, alle consuetudini limitate dal tatto, a quei genitori che si sono sottratti alla sua difesa.

È interessante notare che il miracolo non è richiesto dal malato, ma è iniziativa di Gesù, che risponde con i fatti alla domanda dei discepoli, andando oltre la loro curiosità teologica. Gesù, che è la luce del mondo, realizza la sua missione di salvezza concretamente, in una situazione realmente incarnata e umanamente impossibile. Chiede la collaborazione del cieco, che deve fare la sua parte ponendo piena fiducia nella parola di chi lo invia a lavarsi nella piscina: a questo punto è ancora non vedente, si muove con difficoltà, ma obbedisce. E torna che ci vede. A chi lo interroga, sa rispondere che è stato Gesù, ma non sa dove sia. Sappiamo che san Giovanni non dice “dove” per indicare una posizione geografica, ma una posizione “esistenziale” (come per l’incontro del capitolo 1, “Maestro, dove abiti?”). Non lo conosce ancora come Signore, lo dirà solo a fine vicenda, eppure intuisce che viene da Dio, perché ha fatto qualcosa di divino. Nel dibattito teologico diventa persino un pungolo per la coscienza dei farisei (“Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”), ma essi preferiscono tacciarlo con un argomento ad hominem: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?».

Riusciamo ad intravvedere almeno tre applicazioni alla nostra vita quotidiana di questo brano. Per prima cosa, l’iniziativa salvifica viene dal Signore, e non perché siamo particolarmente meritevoli, come anche dice la prima lettura della liturgia, non conta quel che vede l’uomo, il Signore vede il cuore. Spesso ci troviamo nella condizione dei discepoli, chiediamo spiegazioni a Dio per i grandi problemi del mondo, e se non siamo convinti dal suo amore rischiamo persino di accusarlo di ingiustizia o almeno di indifferenza. Invece, Dio è sempre all’opera nel cuore dell’uomo, solo che non vediamo, perché siamo ciechi anche noi.

Secondariamente, dobbiamo trattare con il senso di colpa e la tendenza a cercare nessi di causa/effetto nelle cose spirituali. Funziona benissimo per le questioni naturali, ma il mondo dello Spirito è il campo della sovrabbondanza di Dio, della sua fantasia creatrice, della giustizia che va oltre l’uniformità, dell’attenzione al singolo bisognoso. Nel nostro intimo il senso di colpa sta in agguato per opacizzare la luce della grazia, facendoci crescere nel sospetto che prima o poi accadrà qualcosa per punire i nostri peccati, o che il Signore sia talmente stanco di noi da abbandonarci nel momento della difficoltà (eppure nel “Padre nostro” chiediamo proprio di non abbandonarci).

In terza battuta, siamo messi in guardia dal “credere di vedere” secondo schemi rattrappiti, da una posizione di superiorità orgogliosa, volendo insegnare agli altri ciò che Dio vuole da loro, invece di iniziare a lavorare su noi stessi, per scoprire se stiamo realizzando la volontà del Padre nel nostro piccolo. E poi, come diceva di recente un confratello salesiano in comunità, per ogni brano di san Giovanni ci sono almeno quindici applicazioni...

Silvia Gullino

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