Era solo questione di tempo. Come da comunicato stampa diffuso ieri pomeriggio dalla Provincia, il primo caso accertato di peste suina in provincia di Cuneo, nello specifico a Cravanzana, non è stato un imprevisto.
Stamattina, il consueto bollettino dell'Istituto zooprofilattico sperimentale di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta sulla PSA non riportava il caso cuneese, essendo aggiornato allo scorso 31 maggio, quando ancora mancava la conferma della positività giunta solo ieri dall'istituto di Teramo, al quale spetta, appunto, l'ultimo accertamento in caso di positività.
Il cinghiale incriminato era stato trovato morto lungo la provinciale a Cravanzana e segnalato da un automobilista in transito. Probabilmente investito.
Immediata l'attivazione di tutte le procedure. Dalle prime verifiche sulla milza, non erano emerse evidenze che facessero pensare ad un animale infetto. Purtroppo le analisi di laboratorio hanno dato un esito diverso. E l'istituto di Teramo lo ha nuovamente confermato.
Decretando il primo caso di peste suina in provincia di Cuneo, dopo anni in cui la Granda è stata sfiorata dalla malattia.
Il caso arriva in un momento di vuoto.
Già evidenziato attorno al 20 di maggio dalla Provincia: è scaduto il mandato del commissario straordinario per la gestione dell’emergenza PSA. L'incarico ricoperto dal dott. Filippini non è stato al momento rinnovato né c'è un nuovo commissario.
Parallelamente, "non è vigente una Ordinanza commissariale recante specifiche misure di biosicurezza e di controllo della popolazione dei cinghiali nelle aree soggette a restrizione. Tale situazione appare suscettibile di determinare un vuoto di coordinamento operativo e normativo in una fase che richiede, al contrario, continuità e piena efficacia delle azioni di contenimento".
Manca quindi il commissario, manca l'ordinanza con le azioni da mettere in atto ed è chiusa la normale stagione venatoria al cinghiale in battuta o girata: il calendario 2025-2026 prevedeva la chiusura tra gennaio e febbraio 2026 a seconda degli ambiti.
Ad intervenire sul tema è Chiara Petrini, presidente dell'Atc Cn5-Cortemilia, unica donna in Italia. Ribadisce ciò che più volte ha detto: "I cacciatori ci sono e in questa fase, dopo la terribile notizia di ieri, possono essere fondamentali. Ma la Regione deve consentirci di cacciare. Al momento è tutto fermo".
E' recente la lettera con la quale la Federazione Italiana della Caccia (FIDC) Piemonte ha chiesto alla Regione un riesame in autotutela della D.G.R. 25 maggio 2026, n. 5-2599, relativa al piano di prelievo selettivo del capriolo nelle zone soggette a restrizioni per la Peste Suina Africana (PSA).
Secondo la Federazione, il provvedimento presenta una contraddizione: pur riconoscendo la validità tecnica dei piani di abbattimento, per diverse aree del Basso Piemonte viene indicata la dicitura “NON ATTUABILE”, che ne impedisce l’applicazione.
La FIDC contesta la misura, ritenendola priva di adeguata motivazione sanitaria e giuridica, e segnala possibili ricadute gestionali ed economiche per ATC, AFV e AATV.
Per questi motivi, l’associazione chiede la revoca della limitazione e l’avvio immediato del prelievo selettivo del capriolo nelle zone interessate.
Capriolo e, aggiunge Chiara Petrini, dopo il caso di ieri, anche il cinghiale.
"Serve il commissario e serve la nuova ordinanza, con urgenza. La situazione è gravissima e rischia di avere ripercussioni drammatiche. Spero che quanto accaduto acceleri la nomina di un nuovo commissario o la riconferma di Filippini. Noi cacciatori ci siamo. Conosciamo ogni angolo del territorio, sappiamo dove sono i cinghiali. Ora deve muoversi la politica. I cacciatori hanno troppi limiti normativi: nell'ATC che presiedo siamo passati da 2500 capi abbattuti a stagione, tre anni fa, a circa 600 adesso. Ha senso in questa situazione? Mi rivolgo alla Regione: nella lotta alla PSA, puntate sui cacciatori del territorio".





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