Il Tribunale di Cuneo ha messo la parole "fine" su una storia di violenze e controllo soffocante consumata tra le mura domestiche nel Saviglianese.
Davanti al Collegio presieduto dal giudice Pio, a latere Coggiola e Cota, si è chiuso il processo a carico di un uomo accusato di maltrattamenti in famiglia ai danni della figlia della compagna, all'epoca dei fatti minorenne.
I giudici hanno condannato l'imputato a 3 anni e 10 mesi di carcere. Disposta anche l'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.
La Procura, con il pubblico ministero Francesco Lucadello, aveva chiesto 3 anni e 8 mesi di reclusione, esprimendo comunque parere favorevole alle attenuanti generiche per il buon comportamento processuale tenuto dall'uomo. Il Tribunale ha quindi confermato l'impianto accusatorio.
"Sono stanca, voglio essere solo una teenager tranquilla, voglio solo pace": è affidato ai fogli segreti di un diario il grido di disperazione della ragazza, costretta per anni a subire soprusi, percosse e un clima di costante terrore. I fatti ripercorsi in aula coprono un arco temporale che va dal 2019 al 2021, con episodi protrattisi anche nel 2022.
In aula, il pm Lucadello durante la requisitoria ha rimarcato la fondatezza delle accuse: "Alla luce dell'istruttoria dibattimentale è stata raggiunta la prova dei maltrattamenti perpetrati ai danni della figliastra, ossia la figlia della compagna. Il racconto della minore è lineare e attendibile, scevro da intenti calunniatori e di richieste di risarcimento danno, in quanto non si è neanche costituita parte civile".
La requisitoria ha evidenziato come l'uomo esercitasse sulla giovane un "asfissiante controllo esercitato anche attraverso l'averle impedito di usare il cellulare".
Sul telefono era infatti attiva sette giorni su sette un'app di parental control che bloccava lo smartphone dalle 21 alle 7: "Nulla contro queste app da parte dei genitori, ma in questo caso si configurano come continui controlli sulla sua sfera relazionale", ha chiarito l'accusa.
Oltre alla pressione psicologica, l'imputato avrebbe compiuto violenze verbali e fisiche: "l'imputato infliggeva punizioni, la insultava anche con parole pesanti quali puttana, prostituta e stupida. Non c'è alcun intento calunnatorio nei confronti dell'imputato, il suo narrato è stato sempre genuino e credibile. Il racconto delle percosse è stato preciso e dettagliato".
Tra gli episodi contestati figurano schiaffi, colpi inferti con un mestolo — immortalati in una foto allegata agli atti —, una cinghiata sul costato e minacce estreme, come quella in cui l'uomo le avrebbe detto di volerla far sanguinare o l'avrebbe minacciata con un coltello dicendole che l'avrebbe ammazzata.
A irrobustire l'impianto accusatorio non sono state le dichiarazioni della famiglia — segnata dalle reticenze della madre della ragazza, che pur conscia degli abusi al punto da commentare che "queste cose in Italia non si possono fare", non è mai intervenuta per fermare le violenze —, ma le testimonianze di compagni di classe e insegnanti.
È stato tra i banchi del liceo che la giovane ha trovato un varco di ascolto.
Durante le lezioni piangeva e si confidava con le amiche. I compagni, saliti sul banco dei testimoni, hanno confermato che la ragazza non poteva frequentare coetanei maschi, che doveva rientrare a casa entro le 19 e che era costretta a struccarsi prima di varcare la porta di casa per non scatenare la rabbia del patrigno. Una compagna ha riferito di aver saputo dalla vittima di essere stata picchiata per non aver messo in ordine i vestiti in camera. Decisivo è stato il ruolo di una professoressa alla quale la studentessa ha raccontato di essere stata cacciata di casa: da lì è scattato immediatamente il percorso di tutela della minore.
Di segno opposto la difesa dell'imputato, che aveva chiesto l'assoluzione piena o in subordine la derubricazione del reato in abuso dei mezzi di correzione, sostenendo che l'uomo fosse un "padre presente" e un cittadino tranquillo che voleva solo proteggere la ragazza da brutte frequentazioni.
L'imputato ha sostenuto in aula che la giovane fosse vittima di bullismo a scuola, circostanza del tutto smentita dai compagni e dalle verifiche degli inquirenti, pur essendoci contezza di "insulti" avvenuti in altro contesto.














