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| 21 maggio 2014, 08:16

Le celebrazioni della Nutella non si potevano che spalmare in tante iniziative

Le celebrazioni della Nutella non si potevano che spalmare in tante iniziative

Ha appena compiuto mezzo secolo di vita. Gode di fama internazionale, la puoi trovare nel più piccolo negozio di alimentari in ogni angolo del mondo. Tutti abbiamo tenuto un barattolo di Nutella nello stipite in cucina, per molti è fonte di tentazione fortissima. Ed è stata festeggiatissima ovunque.

Pietro Ferrero aveva una piccola pasticceria ad Alba, e negli anni Quaranta vendette il primo lotto di 300 chili di “Giandujot”. Nel 1951 la pasta di cioccolato alle nocciole cambiò nome e diventò “Supercrema”, ma nel 1963 Michele, figlio di Pietro, decise di fare il grande salto: commercializzare il prodotto in tutta Europa. Quindi occorreva un nome meno italiano e più facile da ricordare per gli anglofoni: “Nut (nocciola) ella (che italianizza il marchio)”: il primo vasetto esce dalla fabbrica di Alba il 30 aprile del 1964. Da allora, il successo non si è più fermato, tanto che la “Ferrero” di Alba è una delle poche aziende italiane che incrementano ormai da anni il proprio fatturato, mantenendo la sede ed il cuore ancora nella città natale del marchio. E pare che sia anche (cosa ormai rara) un luogo di lavoro che i dipendenti amano come una seconda famiglia.

Mi sono sempre chiesta come la Nutella sia riuscita ad ottenere tutto questo successo. E' buona, d'accordo. Quando assaggi creme al gianduja di altre marche, a parità di prezzo, ti accorgi subito che manca loro quel “quid”. Saltando ai prodotti artigianali, di cioccolate spalmabili ce ne sono di stupende, ma sono tutta un'altra cosa. Più da snob, se vogliamo, rispetto alla popolarissima crema di Alba, diversamente buone, raffinate, da intenditori. E poi trovi le imitazioni, decisamente più economiche, ma tristi già dalla confezione. Storpiano il nome, riproducono il barattolo o l'etichetta goffamente, sono tristi. La più infelice, secondo me, è stata una crema bicolore, che non so se sia ancora in vendita da qualche parte. Non ho mai avuto il coraggio di provarla, già solo l'aspetto mi inibiva.

Sto per dire una cosa incredibile, impopolare. Non sono un'amante della crema, né del cioccolato in generale. Non lo considero uno dei “comfort food” più amati. Non apro l'anta del pensile in cucina lanciando una furtiva occhiata carica di desiderio e sensi di colpa, pensando alle calorie che si trasformeranno in ciccia, tangibile testimonianza del peccato di gola intercorso, cercando di fermare la mano che motu proprio si indirizza verso quella direzione. No. Non ce l'ho neppure, io, in casa.

Lo so, sono in netta minoranza (per la fortuna della Ferrero). Ma ne basta pochissima per stufarmi, mea culpa. Quindi non posso dirmi una grande acquirente di barattoli di Nutella, che al contrario è entrata a far parte dell'immaginario artistico: libri, canzoni (per Giorgio Gaber “Se la cioccolata svizzera è di destra, la Nutella è ancora di sinistra”) e soprattutto l'ormai leggendaria scena di “Bianca” con un Nanni Moretti (alias Michele Apicella) che, nudo, affoga la sua angoscia in un baralottone gigantesco (fatto fare apposta dalla Nutella? Me lo sono sempre chiesto), metafora di desiderio e perdizione.

Eppure, da piccola, in casa girava, eccome. Mia madre comprava i bicchieri, non i barattoli, che una volta svuotati continuavano a fare la loro vita. Ricordo che ce n'erano varie serie, con i personaggi dei cartoni animati, ed erano particolarmente resistenti, difficilmente si rompevano, finendo per sostituire nell'uso di tutti i giorni i bicchieri dei servizi di nozze.

Se poi proprio deve essere, allora che sia consumata nella versione più ortodossa: spalmata su una fetta di pane croccante. Come la mangiavano i bambini di Alba nel secolo scorso.




Monica Bruna

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