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Scuole e corsi | lunedì 09 gennaio 2017, 13:00

La testimonianza dell'afgano Farah Bitani per gli studenti del liceo Arimondi di Savigliano

La studentessa Clara Borge racconta la conferenza

La testimonianza dell'afgano Farah Bitani per gli studenti del liceo Arimondi di Savigliano

Con la conferenza tenutasi presso il cinema Aurora di Savigliano il 23 dicembre 2016, Farah Bitani lancia un profondo messaggio d’amore per l’umanità, in opposizione alla crudeltà e alla violenza, ingredienti abituali della vita in Afghanistan.

Sulla sala cala il silenzio mentre egli parla della sua infanzia ed adolescenza in Afghanistan, il tutto raccontato dal punto di vista del bambino che era, figlio di un illustre e potente mujaheddin. A dodici anni il suo desiderio più grande era diventare un guerriero ed avere una frusta, per riprodurre le crude scene cui assisteva quotidianamente per le strade della città; egli cresce nel clima di tensione scatenata dal governo talebano e nella convinzione che assistere a una lapidazione faccia guadagnare una parte di Paradiso; quando nel 2005 si trasferisce, vede l’Italia come il paese degli infedeli: è ancora di mentalità molto chiusa, addirittura sputa per terra quando vede le persone baciarsi in pubblico, poiché questo in Afghanistan non sarebbe mai stato accettato. Si renderà poi conto che i fondamentalisti sono i più grandi imprenditori e commercianti del mondo, che essi sfruttano la religione, l’ignoranza e l’odio per alimentare il loro mercato, e che dietro il loro governo c’è uno spropositato giro di denaro, corruzione e clientelismo tale da consentire ai suoi compagni afghani analfabeti di conseguire la Laurea in Scienze Strategiche all’ università di Modena.

La violenza governa l’Afghanistan sin dal 1979, ci sono già stati 3 milioni di morti. Nella loro guerra i fondamentalisti colpiscono le donne e l’educazione: le prime perché “la libertà dell’ uomo deriva dalla donna”, la seconda perché “un uomo senza educazione è un uomo senza ragione”, e conseguentemente più manipolabile. Oggi le donne possono uscire solo se accompagnate dal marito, dal padre o dal fratello: lascia senza parole pensare che Farah Bitani, come egli stesso racconta, abbia visto le caviglie di sua madre solamente in una fotografia sbiadita scattata in un tempo precedente alla guerra civile.

Ma dopo la descrizione di episodi drammatici, ecco il messaggio di speranza: “Anche se nasci in un paese pieno di violenza come me, Dio mette comunque un puntino bianco nel tuo cuore, che non cambia con soldi, potere e armi, ma si espande grazie ai piccoli gesti umanitari, come una donna che ti sente la fronte quando sei malato”. Dunque ciò che più conta non è la distinzione tra Bene e Male, ma il cuore di ciascuno, intriso di sensibilità. E il cuore dei bambini è interamente bianco.

Farhad Bitani ha deciso di ribellarsi, cambiare la sua condizione e scappare dall’Afghanistan dopo essersi posto la domanda più rivoluzionaria per il cuore dell’ uomo: perché? Quest’interrogativo matura a partire dal 2011, dopo il suo ultimo viaggio in Afghanistan, quando è oggetto di un attacco terroristico da cui esce gravemente ferito alla spalla sinistra.

Egli ha scelto questa nuova vita per due principali motivi: per evitare che a qualcun altro toccasse la sua stessa vita, e per dimostrare che l’ “altro” è un Bene. L’ identità dell’ uomo si trova attraverso le diversità, uno scopre se stesso grazie agli altri; la bellezza dell’umanità sta proprio nella diversità: basti pensare, come suggerisce Farhad, a un giardino ricco di alberi da frutto diversi.

Un gran passo per l’umanità, per migliorare le condizioni sociali, è l’accettazione della diversità altrui, ovvero l’integrazione, ma se non diamo spazio all’integrazione anche nel quotidiano, ad esempio in ambito scolastico, non possiamo sperare in un cambiamento a livello superiore.

Il discorso di Farhad Bitani si conclude quindi con un esortazione al trionfo del Bene e alla lotta per la libertà, che si è tradotta, nel suo caso, in una lotta contro se stesso. Come scrive nel suo libro intitolato L’ultimo lenzuolo bianco: “Pronunciare la verità è un piccolo gesto, in fondo. La vera sfida è accettarla. E, ancor di più, accoglierla come propria storia personale”. Scrivere è il modo migliore per testimoniare.

 

c.s.

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