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Ad occhi aperti | 13 febbraio 2021, 07:22

Urlare è cercare una via d'uscita - Fever Pitch

Per Paul, il calcio è sublimazione delle difficoltà della vita quotidiana della classe medio-borghese inglese di fine anni ‘80, viene prima di altro (in molti sensi viene prima di tutto) perché è l’unica valvola di sfogo che abbia un senso e che sia realisticamente permessa e accettata a livello sociale. E lo stesso vale per i ragazzini e le loro partitelle di calcio “da fuorilegge”

Urlare è cercare una via d'uscita - Fever Pitch

“Fever Pitch” (“Febbre a 90°”) è un film inglese del 1997, scritto da Nick Hornby a partire dal proprio romanzo omonimo e diretto da David Evans.

Paul Ashworth è un insegnante di lettere londinese appassionato sostenitore dell’Arsenal, che con i suoi giovani studenti ha istituito un legame dinamico e fresco e tutto particolare, inviso a Sarah, professoressa di storia molto più “quadrata” e tradizionale. I due inizieranno una storia d’amore, che dovrà viaggiare di pari passo con l’amore di Paul per la formazione calcistica… e, anzi, in molti momenti anche importanti intersecarla (con risultati alterni).

La notizia potrebbe essere passata ben sotto i vostri radar, e per più di un motivo in questo momento storico tanto complesso e instabile che stiamo vivendo. Quindi, e non c’è di che, ve la riporto qui: a Napoli un gruppetto di una decina di ragazzi ha preso a organizzare partitelle di calcio notturne all’interno della Galleria Umberto. E sì, quando dico “notturne” intendo “ben oltre il limite di orario consentito dal coprifuoco nazionale”.

Direte: “E allora”? Giusto. Oppure penserete che sia un episodio – formalmente, come tanti dalla primavera scorsa a questa parte – per cui indignarsi con forza, da deprecare, magari anche aggiungendoci la solita frase, bella e gonfia di ignorante idiozia, “da noi non sarebbe successo”. Ma io in realtà sono convinto sia uno dei segnali più importanti da quando tutta questa oggettivamente snervante storia della pandemia è iniziata.

Insomma, cercate l’articolo in rete, guardate le foto mosse e realizzate di sfuggita che li ritraggono: non sono altro che ragazzini che giocano a pallone. Che cercano un po’ di relax e di leggerezza in tutto questo enorme e incomprensibile marasma. Non si tratta di pericolosi criminali antisociali da segnalare alle forze dell’ordine, così come non lo sono mai stati i runner che correvano in campagna durante il primo lockdown, o chiunque pratichi attività sportiva all’aperto (con buona pace dei “segnalatori seriali” che spuntano praticamente ovunque come funghi).

E, credo, non si tratti nemmeno di puro e semplice amore per il calcio. Così come non si tratta di puro e semplice amore per il calcio nemmeno in “Fever Pitch”, dove comunque il protagonista vive un’esistenza che ruota attorno alle avventure dell’Arsenal in campionato. Riguarda soprattutto il posto che hanno esperienze comunitarie di osservazione della realtà, momenti di aggregazione e di catarsi ben specifici (e, perché no, sostenuti da una potente narrazione storico-culturale) nel nostro cuore e nella nostra mente.

Per Paul, il calcio è sublimazione delle difficoltà della vita quotidiana della classe medio-borghese inglese di fine anni ‘80, viene prima di altro (in molti sensi viene prima di tutto) perché è l’unica valvola di sfogo che abbia un senso e che sia realisticamente permessa e accettata a livello sociale. E lo stesso vale per i ragazzini e le loro partitelle di calcio “da fuorilegge”.

È praticamente un anno che il nostro paese è stretto nella morsa – sia chiaro, necessaria – delle restrizioni alla mobilità personale legate all’evolversi della pandemia da Covid-19. E non è da oggi che le conseguenze psicologiche di queste restrizioni hanno cominciato a farsi sentire con forza: nessuno di noi applaude più sul balcone di casa propria, abbiamo tutti superato la fase in cui possiamo sperare di convincerci che tutto questo durerà meno di quanto temiamo. Siamo, tutti, più vicini a un esaurimento nervoso di massa di quanto sia mai capitato in passato. Compresi quei ragazzini napoletani.

Maradona è morto, loro invece sono vivi. E trovano nel calcio quello che, credo, serve più a tutti quanti noi: un mezzo per urlarlo, finalmente.

simone giraudi

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