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Eventi | 02 maggio 2022, 08:03

Successo della Mostra d’arte collettiva per la pace promossa dal Caffè Letterario di Bra

La rassegna si è chiusa sabato 30 aprile. Il bilancio con la curatrice del progetto, Silvia Gullino

Silvia Gullino con don Alessandro Borsello e, in mezzo, l’opera a 7 mani

Silvia Gullino con don Alessandro Borsello e, in mezzo, l’opera a 7 mani




Un grande successo per la Mostra d’arte collettiva per la pace, promossa dal Caffè Letterario di Bra, durante tutto il suo periodo di apertura, dal 10 al 30 aprile.

L’ottimo risultato raggiunto, oltre alla grande emozione suscitata dalla rassegna fin dal vernissage, parte da lontano ed è certamente da condividere con l’Istituto Salesiano San Domenico Savio, che ha ospitato l’evento patrocinato dalla Città di Bra. 

L’organizzatrice della mostra, Silvia Gullino, ha espresso grande soddisfazione a conclusione di un’esperienza, che ha portato sotto la Zizzola grandi ospiti come il noto critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso e ha ringraziato il pubblico, che ha dimostrato apprezzamento per le opere e applaudito gli autori.

C’è il genio creativo di Giovanni Botta espresso con un’immensa colomba di pace, un triste addio disegnato da Manuela Fissore, una speranza per l’umanità di Franco Gotta. Bernardo Negro scrive “Pace” in una poesia, nero su bianco. C’è poi Riccardo Testa con un’immagine, che non lascia spazio all’interpretazione: il viso smarrito di una bambina sulle spalle di un soldato. C’è anche Francesca Semeraro, artista torinese trapiantata a Bra, che nella sua opera rappresenta un cane e sopra lo sventolare di una bandiera con i colori dell’Ucraina. E poi un’opera realizzata a sette mani, che ha reso concreta l’amicizia, la vicinanza e la solidarietà verso il popolo ucraino.

Così ha preso forma la ‘Chiamata alle arti’ del Caffè Letterario, con la curatrice Silvia Gullino, che ha raccolto il messaggio di sei artisti braidesi, convinti che la luce e la bellezza della cultura possano contrastare il buio e l’orrore della guerra insensata, che sta ferendo il cuore dell’Europa. Partiamo da qui.

Silvia, com’è nata questa chiamata alle arti?

“Subito dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, il movimento culturale del Caffè Letterario non ha avuto dubbi su da che parte stare: dalla parte della pace. Sono fermamente convinta che ognuno debba fare la sua parte e il mondo della cultura non poteva essere estraneo all’impegno per la pace. Così, ho chiamato a raccolta pittori, poeti e disegnatori, che si sono uniti per rispondere alla barbarie con il linguaggio universale dell’arte. Tutti hanno deciso di manifestare una giusta solidarietà contro la guerra. Lo hanno fatto mettendo a disposizione la loro creatività e il loro tempo per creare opere d’arte piene di luce e di speranza, come a voler dare forza ad un popolo che sta soffrendo”.

Com’è andata con artisti diversi per stile e generazione?

“Quello del Caffè Letterario è stato un progetto collettivo e ambizioso, realizzato nell’arco di poco tempo. L’entusiasmo e la generosità degli artisti sono stati totali. La necessità di esprimersi in merito ad una questione così urgente e drammatica ha prevalso su qualsiasi altra contingenza. Ho sempre detto che un buon caffè è fatto di tanti chicchi di qualità. E l’insieme di questi artisti ha formato una miscela di eccellenza. Siamo stati veramente un caffè letterario vivente, fatto di nomi che insieme hanno dato un aroma straordinario, che da soli non sarebbe stato uguale”.

Che compito è stato il tuo?

“Il Caffè Letterario di Bra è un faro. Propone e condivide bellezza. In questi giorni terribili, in cui risuonano i rumori che arrivano dall’Ucraina, di missili, esplosioni, spari, urla, pianti e tutto quello che la guerra porta a corredo, abbiamo voluto parlare della bellezza della pace, attraverso dei raffinati interpreti. Ogni artista di questo gruppo può essere paragonato ad una stoffa pregiata e il mio compito è stato quello di cucirle insieme, formando un tessuto unico e pregevole. L’esperienza ci ha arricchito, perché le diversità fanno questo effetto. Intorno a me si è creata una squadra ben assortita. Siamo orgogliosi di questa sinergia”. 

Qual era il senso dell’iniziativa?

“Insieme volevamo piantare un seme di pace e dimostrare come essa nasca dall’unione d’intenti e di cuori, esattamente come nasce una pittura, in cui si fondono colori diversi. Tutta l’arte è unione: dalla poesia che nasce da un insieme di parole alla musica, che si costruisce con tante note diverse. In questo caso lo abbiamo fatto attraverso disegni, dipinti, poesie, opere di street art e una pittura congiunta a sette mani. Così l’arte è diventata parafrasi della pace”.

Che messaggio volevate trasmettere ai visitatori con queste opere?

“Il messaggio che la pittura, la poesia e il disegno possono fare la loro parte. L’arte è di per sé concretezza. Nasce da un pensiero, che poi diventa azione. E va in direzione uguale, ma contraria all’uso delle armi. La guerra distrugge, mentre l’arte è creazione. L’arte che interpreta il tempo e deve essere voce di esso, l’arte che unisce e aiuta a superare i contrasti, l’arte che ha la responsabilità di difendere i valori. Vedere insieme artisti con declinazioni e cifre stilistiche diverse è stata la migliore testimonianza in un momento in cui l’unione è la vera forza contro la barbarie”.

Perché avete scelto come atelier i Salesiani?

“Le opere non sono state esposte in una pinacoteca, ma in un luogo simbolo del martirio della cultura e dell’umanità: una scuola. L’arte è uscita così dai soliti ambienti patinati per farsi vicina alla gente e abitare i luoghi della quotidianità, che oggi vengono distrutti senza pietà. Perché insieme a teatri ed ospedali, in Ucraina le scuole sono diventate mucchi di macerie. Le bombe possono far crollare i muri, ma non i valori della civiltà civile che, anzi, risorgono dalle ceneri. Questo rappresentano i quadri in rassegna: dei semi di bene piantati per ottenere frutti di amore e celebrare la fraternità e l’unione. Proprio come l’ultima opera del progetto, una tela che ha riunito non solo i colori, ma le mani di tutti gli artisti. È questa la sua bellezza. È questa la grande bellezza della pace: un’opera che si costruisce giorno per giorno tutti insieme, tutti diversi come i colori e per questo meravigliosa”.

La più grande soddisfazione?

“Il momento di maggior orgoglio e soddisfazione è stato vedere la risposta dei braidesi e dei rappresentanti di associazioni locali, che hanno sposato l’appuntamento con una larga partecipazione. E poi c’è l’onore di aver ricevuto in visita ospiti importanti come, ad esempio, il sindaco Gianni Fogliato, il vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Graglia e il noto critico d’arte, Giorgio Gregorio Grasso. Tutti sono rimasti colpiti sia dai messaggi intrinsechi delle opere esposte, sia dalla loro bellezza estetica”.

A chi devi dire grazie?

“I ringraziamenti sono tanti. Dal direttore dei Salesiani don Alessandro Borsello, campione di sensibilità e di accoglienza, al direttore del Cnos-Fap Valter Manzone ed ai suoi ragazzi. Ringrazio Matteo Gotta per il grande lavoro in cabina di regia, Enrico Sunda, partner del Caffè Letterario, tutti i media ed i gruppi social di Bra. Ringrazio anche i braidesi che si sono resi testimonial della nostra iniziativa e chi è venuto a visitarci. Ma il ringraziamento più grande è per gli artisti, che hanno risposto alla chiamata alle arti con le loro armi migliori: la pittura, il disegno, la poesia e la creatività”.

Che cosa ti lascia questa esperienza?

“Ho trovato un grande coinvolgimento da parte di tutti gli artisti e questa cosa mi ha toccato, perché sono nomi che non hanno bisogno di pubblicità. Tutti hanno messo in pausa quello che stavano facendo e hanno dedicato tempo al progetto e imbastito un dialogo che si è sviluppato in chat, per telefono e poi dal vivo. È un fatto straordinario: se è vero che l’arte può servire a costruire un nuovo mondo di pace e libertà, penso che questo sia l’esempio”.

Facciamo un bilancio della mostra appena conclusa.

“È un bilancio positivo, superiore alle attese. Anche un piccolo gesto, come il nostro è potente, perché la vicinanza, il legame che si crea in questi momenti, come l’arte ci insegna, è capace di unire cuori, menti e anime in uno spirito unico che travalica ogni confine. Abbiamo iniziato questa avventura in sette, piantando un seme per la pace. Al vernissage eravamo molti di più, senza contare i passaggi nei giorni di apertura. Quindi possiamo dire che quel seme è cresciuto e ha dato frutti abbondantissimi. Aveva ragione Pablo Picasso: ‘La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico’. L’intento è stato lo stesso: la ricerca collettiva di libertà e di giustizia. Eccola la potenza dell’arte”.

E adesso che succede?

“L’arte non si mette mai da parte, nemmeno adesso che è calato il sipario sulla mostra. Le opere che hanno parlato di pace ai Salesiani, potranno continuare a farlo attraverso i loro autori, i social e, perché no, nelle scuole in cui hanno molto da dire ai più giovani. Quei dipinti e poesie sono dei piccoli semi, che nelle mani e nei cuori dei bambini e delle bambine possono germogliare e fiorire in un mondo migliore. La mostra stanziale può diventare così itinerante e si chiuderà quando la guerra sarà finita, considerando solo a quel punto il progetto concluso. E tutto il movimento del Caffè Letterario non vede l’ora che questo accada”.

Qual è il messaggio finale?

“Lunghi secoli di storia ci hanno insegnato abbastanza da capire che ogni atto di violenza di un popolo su un altro è un’aggressione all’umanità intera. Non c’è vita, senza la pace. E lo slogan arriva dritto dritto da John Kennedy nel messaggio all’ONU del 25 settembre 1961: ‘L’umanità deve mettere fine alla guerra, o la guerra metterà fine all’umanità’”.



Redazione

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