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Schegge di Luce | 26 aprile 2026, 10:23

Schegge di luce: pensieri sui Vangeli festivi di padre Gabriele Dall’Acqua

Commento al Vangelo del 26 aprile 2026, IV Domenica di Pasqua

Vignetta di Pierobello

Vignetta di Pierobello

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

(Gv 10,1-10).

Oggi, 26 aprile 2026, la Chiesa giunge alla IV Domenica di Pasqua (Anno A, colore liturgico bianco).

A commentare il Vangelo della Santa Messa è padre Gabriele Dall’Acqua, frate minore cappuccino.

Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole per accendere le ragioni della speranza che è in noi.

Eccolo, il commento.

Pietro si alza in piedi e parla a voce alta davanti alla folla di Gerusalemme. Poche settimane prima aveva rinnegato Gesù tre volte, nella notte più buia della sua vita. Eppure ora è lì, in piedi, e le sue parole arrivano dritte al cuore di tremila persone. Cos'è cambiato? Qualcuno ha aperto in lui una porta che sembrava sbarrata per sempre.

È questa l'immagine che attraversa tutta la liturgia di oggi: una porta che si apre. Gesù nel Vangelo dice una cosa sorprendente - non «Ho una porta», non «Conosco la porta» - ma «Io sono la porta». E spiega subito la differenza tra chi entra dalla porta e chi scavalca il muro. Chi ha qualcosa di buono da dare non ha bisogno di nascondersi: si fa vedere, si fa riconoscere, affronta il guardiano alla luce del sole. Chi invece arriva di notte, dall'altra parte, lo fa perché vuole prendere senza dare. Il ladro non porta nulla: viene solo per rubare, uccidere, distruggere.

Viviamo in un tempo in cui di voci che promettono ce ne sono tante, in politica, sui social, nelle pubblicità, nelle ideologie di ogni colore. Tutte dicono di avere la soluzione, tutte promettono salvezza in qualche forma. Il Vangelo non ci dà una lista di nomi da evitare, ma ci dà un criterio semplice: le pecore riconoscono la voce del loro pastore. Non la più rumorosa, non la più affascinante. Quella vera. Quella che le chiama per nome, senza volerle possedere.

La porta, poi, non è un posto dove stare fermi. Gesù dice: «Entrerà e uscirà e troverà pascolo». Si entra per essere accolti e ritrovare se stessi; e poi si esce, verso gli altri, verso la vita. È quello che è successo a Pietro: ricevuto il dono dello Spirito, non è rimasto chiuso nel Cenacolo. È uscito, ha parlato, e tremila persone hanno chiesto: «Che cosa dobbiamo fare?». La Parola del Risorto funziona così: arriva, cambia qualcosa dentro, e poi spinge fuori.

Questa domenica, in cui la Chiesa prega per le vocazioni, ci invita a chiederci quale voce stiamo seguendo, e se siamo disposti, dopo essere entrati, a uscire verso il pascolo aperto che il Signore ci indica.

Silvia Gullino

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