Cinque anni, tre gradi di giudizio e un dibattito che non si è mai spento. Dalla rapina alla gioielleria di Gallo di Grinzane Cavour del 28 aprile 2021 fino al verdetto della Suprema Corte, il caso di Mario Roggero ha attraversato tribunali, programmi televisivi, piazze e social network, trasformandosi in una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi anni.
Ieri, mercoledì 15 luglio, è arrivata la decisione definitiva. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della difesa, rendendo irrevocabile la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione nei confronti del gioielliere langarolo. Diventano definitive anche le statuizioni civili riconosciute alle parti civili costituite nel procedimento, tra cui i familiari di Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli e il sopravvissuto Alessandro Modica. Il conto dei risarcimenti e delle statuizioni civili riconosciute nel procedimento sfiora complessivamente i 3,3 milioni di euro. Inoltre, nei prossimi giorni, avverrà l'ingresso in carcere del commerciante langarolo.
Con la pronuncia dei giudici romani si chiude così un lungo percorso processuale che ha visto confrontarsi due ricostruzioni opposte degli stessi fatti. Da una parte quella sostenuta da Roggero, che ha sempre raccontato di avere reagito in una situazione di terrore e di avere temuto per la propria vita e per quella dei suoi familiari. Dall’altra quella dell’accusa, che ha invece escluso la sussistenza dei presupposti della legittima difesa.
Uno dei momenti più significativi del procedimento arrivò nell’ottobre del 2023 davanti alla Corte d’Assise di Asti. Per la prima volta il gioielliere scelse di prendere la parola e raccontare direttamente ai giudici la propria verità. In aula parlò della paura vissuta durante quei minuti, del senso di impotenza provato durante la rapina e di quella che definì la “consapevolezza di morire”. Disse di essere dispiaciuto per quanto accaduto, ma ribadì di avere agito convinto di non avere altra scelta.
Nel riprrcorrere nel dettaglio le fasi dell’assalto, è stato ricostruito momento per momento su quanto accaduto, insistendo sullo stato di concitazione in cui si trovava. Una versione che avrebbe mantenuto immutata per tutto il resto dell’iter giudiziario.
Di segno opposto la lettura dell’accusa. Nel novembre del 2025, durante il processo d’appello, la Procura Generale chiese di nuovo la conferma dell’impianto accusatorio, sostenendo che non si fosse trattato di legittima difesa. Nella requisitoria vennero evidenziate quelle che, secondo la pubblica accusa, erano incongruenze nel racconto dell’imputato e fu contestata l’assenza di un reale pentimento per quanto accaduto.
Pochi giorni dopo fu ancora Roggero a tornare protagonista dell’udienza. Davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Torino affidò ai giudici sedici pagine di dichiarazioni nelle quali ripercorse ancora una volta la vicenda, sostenendo di avere agito per difendere la propria famiglia e ribadendo la convinzione di essere stato costretto a reagire. Fu uno dei momenti più attesi del secondo grado di giudizio, conclusosi con la riduzione della pena a 14 anni e 9 mesi di reclusione, pur confermando la responsabilità penale del commerciante.
Dopo il deposito delle motivazioni e il ricorso della difesa, il procedimento è approdato davanti alla Corte di Cassazione. Nei giorni precedenti all’udienza, Roggero aveva scelto di rivolgersi ancora una volta ai propri sostenitori attraverso i social, raccontando il peso di un’attesa che definì logorante e l’impatto che il processo aveva avuto sulla sua vita e su quella della sua famiglia.
La decisione della Suprema Corte non chiude però ogni prospettiva giudiziaria. «Siamo profondamente delusi, ci aspettavamo sicuramente che finisse in modo diverso. Siamo giuristi e noi, dal lato nostro, attendiamo le motivazioni. Ma soprattutto si apre la via del ricorso alla Corte Europea di Strasburgo», hanno dichiarato i difensori Stefano Marcolini e Sergio Novani all’indomani del verdetto. «Lo stesso Mario ci ha chiesto di non abbandonare. È solo una battaglia persa per una guerra di giustizia e di continuare su questa strada».
Si apre dunque la possibilità di un eventuale ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, passaggio che la difesa valuterà dopo avere esaminato le motivazioni della sentenza della Cassazione.
Si chiude invece definitivamente, sul piano della giustizia italiana, una delle vicende giudiziarie più seguite degli ultimi anni nel Cuneese, un caso che ha trasformato una rapina finita nel sangue in un simbolo del confronto nazionale sui confini della legittima difesa.











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