/ Attualità

Che tempo fa

Attualità | 22 ottobre 2026, 12:25

Clima d’odio e aggressioni armate, dagli operatori del Dea di Verduno un appello: "Così è impossibile fare il nostro lavoro"

Infermieri e Oss guidati dal primario Massimo Perotto e dal sindacalista Gianni La Motta denunciano un ambiente sempre più teso, tra pazienti insofferenti e l’esibizione di coltelli. L'Asl Cn2 rafforza le misure di sicurezza, ma l’invito è di natura culturale: "Serve ripartire dal rispetto fin dalle scuole"

"Rispetta chi ti cura", l'appello sui cartelli disseminati nel reparto

"Rispetta chi ti cura", l'appello sui cartelli disseminati nel reparto

"In queste condizioni fare il nostro lavoro è diventato davvero difficile. Di questo passo si rischia di perdere un servizio fondamentale per la salute pubblica nel nostro Paese". Ha il tono grave di un appello accorato, un invito a fare tutti un passo indietro, il messaggio che arriva dalla decina di operatori in servizio al Dea dell’ospedale "Michele e Pietro Ferrero" che nei giorni scorsi ha voluto incontrare il nostro giornale per fare un punto sulla non felice situazione tra le stanze del pronto soccorso langarolo.

Prima linea della sanità locale sul territorio, il reparto deputato all’emergenza nel grande ospedale di Alba e Bra soffre da tempo la crescente pressione che arriva da una platea di pazienti divenuta sempre più aggressiva e incattivita.

Una tendenza in corso da tempo, purtroppo, secondo direttrici comuni a buona parte degli ospedali italiani,  che negli ultimi due mesi ha però segnato il passo, arrivando all’estremo di due fatti particolarmente gravi: l’aggressione messa in atto da altrettante persone – un uomo e una donna – che si sono rivolte al personale del "triage" armate di coltello.

[La sala d'aspetto del Dea]

A raccogliere le istanze degli operatori, chiedendoci di registrarle, è Gianni La Motta, infermiere e rappresentante sindacale, che in questa sua veste ha organizzato l’incontro tra il nostro giornale e una rappresentanza dei circa 60 infermieri e dei 24 operatori socio-sanitari in forze al Dea al fianco dei 24 medici diretti dal dottor Massimo Perotto.

E’ proprio il primario, anche lui presente all’incontro, a dipingere un quadro della situazione in una struttura che – grazie al supporto dell’azienda sanitaria – ha peraltro in buona parte superato i passati problemi di organico, mentre ha visto i suoi accessi passare dai 41mila del 2021 agli oltre 62mila coi quali prevede di chiudere il 2026.

"Nel 2022 eravamo 13 medici, ora siamo quasi raddoppiati", conferma il primario. Numeri finalmente adeguati alla pianta organica riguardano anche gli infermieri mentre permane qualche carenza tra gli Oss. "Ma possiamo dire che la mancanza di personale sia un’emergenza superata, che non incide o non incide più sui tempi di attesa cui è costretto chi si rivolge al Dea in modo sempre più massiccio. Confermo invece – prosegue Perotto – che negli ultimi anni è profondamente cambiato l’atteggiamento dell’utenza. Parliamo di una minoranza di persone, certo, ma è una quota sufficiente a inquinare il clima in cui oggi lavoriamo. Pure la normativa nazionale intanto varata per arginare il fenomeno non ha invertito una tendenza esplosa negli ultimi tre o quattro anni con fenomeni di crescente insofferenza e sempre più frequenti episodi di aggressione verbale, quando non fisica, nei confronti degli operatori".

"Non ci aspettavamo – prosegue il medico – che dalle grandi città una tale dinamica arrivasse a riverberarsi in provincia. Eppure sta accadendo, a riprova di un fenomeno dalla portata generale. Le richieste dell’utenza sono sempre più strillate e stridono con le dinamiche cui deve attenersi il nostro lavoro a partire dall’assegnazione dei codici di gravità, che taluni pazienti pretendono di decidere in modo arbitrario.  La maleducazione si manifesta in modo sempre più frequente nei confronti del personale, sia di triage che di cura, arrivando all’inaccettabile estremo di aggressioni fisiche con due episodi di persone che hanno estratto un’arma per minacciare i nostri operatori. Per fortuna siamo riusciti a evitare il peggio, ma certo non è un clima nel quale sia invitante lavorare".

AGGREDITA DI NOTTE

G. M., 27 anni, infermiera, è una delle operatrici che hanno subito un’aggressione da parte di un soggetto armato di coltello. E’ successo di notte. Come capita spesso, comportamenti di questo tipo sono messi in atto da persone che giungono al Dea già in preda a uno stato di agitazione talvolta indotta da assunzione di sostanze.

"Non è stato facile – conferma –. Fortunatamente ho avuto al mio fianco una squadra di colleghi che è riuscita a intervenire immediatamente. Questo mi ha aiutato molto, come anche l’avere ricevuto una specifica formazione interna in merito a tecniche di 'de-escalation' da adottare in casi come questo’. Si è trattato di una minaccia reale che ha toccato me in prima persona, ma anche gli altri colleghi presenti in quel momento. Come si può immaginare, si tratta di situazioni che producono un forte stress: non è semplice proseguire il turno rimanendo lucidi. Fatti simili non possono che incidere sulla qualità dell’assistenza che diamo. Non credevo, quando mi sono formata a questa professione, di dovermi preparare anche a questo".

PSICOSI E SOSTANZE

A poca distanza di tempo il secondo episodio, sempre al triage. A subirlo in questo caso è un uomo, F. C., anche lui infermiere. "Anche nel mio caso si tratta di una persona arrivata in Pronto Soccorso in piena notte, già in preda a uno stato di agitazione". La protesta di quel paziente, per così definirla, non è stata conseguenza di un’attesa prolungatasi oltre il lecito. Parliamo di una persona affetta da patologie psichiatriche, sempre più frequenti come sono più frequenti le associazioni di quadri clinici di questo tipo con l’abuso di sostanze.

BOTTE DOPO GLI INCIDENTI STRADALI

Suggestivo quanto riferisce S., anche lei infermiera. Alle spalle ha oltre vent’anni di lavoro in pronto soccorso, prima ad Alba e quindi Verduno. Testimonia di un altro fenomeno nuovo: il crescente numero di casi di pazienti che arrivano al Dea dopo aver subito un’aggressione o comunque essere stati parti di una lite verificatasi dopo un incidente stradale: "Non sono persone rimaste ferite nello scontro, ma successivamente a quel fatto. Chi si picchia dopo gli incidenti, le persone si aggrediscono e noi vediamo chi ha avuto la peggio in contesti di questo tipo".

LAMENTELE VIA SOCIAL

Giuseppe C., anche lui infermiere, rivolge la propria attenzione al tema dei social network. All’influenza e all’incidenza che tali presenze finiscono per assumere anche in frangenti della nostra vita quali le occasioni in cui ci troviamo a chiedere soccorso e cure. "Capita ormai anche a Verduno quello che si vede da tempo nelle grandi città, maggiormente in quelle del Sud: le persone si fanno video, riprendono sé stessi oppure il parente o l’amico in barella per denunciare dalle proprie pagine social quelle che ritengono essere mancate attenzioni da parte del personale sanitario". Atteggiamenti che hanno l’effetto di alimentare un clima di ansia e malcontento, quando non di odio, con gli effetti che vediamo. Anche da qui la ragione dei divieti di effettuare riprese fotografiche o video presenti sui cartelli affissi in tutti i locali del Dea.

PRETESE IN AMBULANZA

"Tanti pensano di poter essere visitati prima di altri perché sono arrivati in ambulanza, mentre ovviamente non c’è un’equivalenza di questo tipo", spiega F.S, operatrice socio sanitaria. "Anche questo andrebbe spiegato agli utenti. La maggior parte di loro è ragionevole, e quando gli spieghiamo che cosa comporti l’assegnazione di un codice bianco lo comprende e non protesta. Questo lavoro forse andrebbe fatto fin dalle scuole, così da formare cittadini capaci di comportarsi anche nei luoghi deputati alla cura".

"NON POSSIAMO SAPERE CHI È PERICOLOSO"

"Non possiamo sapere chi è pericoloso", dice un altro operatore, che si rivolge alle forze dell’ordine, per i casi nei quali sono loro ad accompagnare al Dea soggetti sottoposti alla loro custodia. "In casi simili l’ordinamento dovrebbe prevedere la possibilità di perquisire certi soggetti, prima di affidarli alle nostre cure. Saremmo più tranquilli, se ci fosse una norma in questa direzione".

[L'interno del pronto soccorso]

VIGILANZA E STATISTICA

Disarmato, per una scelta ben ponderata, è anche l’addetto della vigilanza privata che opera al Dea su mandato dell’azienda sanitaria. A spiegare questa scelta è il dottor Luca Burroni, dall’agosto 2024 direttore sanitario dell’Asl Cn2.  "Quella di una persona addetta alla vigilanza rientra tra le iniziative che l’azienda ha messo in campo venendo incontro alle richieste degli addetti. Abbiamo ritenuto fosse meglio avere una persona non armata per evitare le tensioni che la presenza di un’arma potrebbe creare in certe situazioni, come pure per evitare il rischio che qualcuno tenti di sottrargliela, come talvolta avviene, quando arrivano personaggi magari accompagnati dalle forze dell’ordine, già presi dalla strada in condizioni di eccitazione, il più delle volte dopo abuso di sostanze".

Il dirigente allarga poi lo sguardo alla situazione generale: "Convengo con chi ritiene che il problema sia culturale – dice il dottor Burroni –. Per fortuna viviamo in un’area meno problematica di altre dal punto di vista sociale. Una struttura nuova e bella, peraltro localizzata in un contesto riparato, gioca a favore, in questo senso. Ma un altro aspetto da considerare è la statistica: il numero di accessi è cresciuto in pochi anni del 50%, è fisiologico che in una platea più ampia ci si trovi più facilmente in situazioni di questo tipo".

[Da sinistra il dottor Massimo Perotto, direttore della Sc di Medicina e Chirurgia d'accettazione e urgenza dell'ospedale Ferrero, e il direttore sanitario dell'Asl Cn2 Luca Burroni]

PORTE ANTI-INTRUSIONE E PULSANTI PER CHIEDERE AIUTO

E’ ancora il primario a illustrare quanto si sta facendo per tutelare gli addetti da possibili aggressioni: "Alla presenza di un servizio di vigilanza abbiamo affiancato interventi come la posa di porte che consentano di entrare all’interno del Pronto Soccorso solo alle persone munite di badge. O l’installazione di meccanismi di allarmi collegati a pulsanti anti aggressione di cui abbiamo dotato tutti i locali di visita. Dobbiamo tutelare in ogni modo i nostri collaboratori. Una platea di medici, infermieri e Oss nella quale, peraltro, la componente femminile è ormai prossima all’80% del totale".

[Nelle sale interne del Dea sono stati installati pulsanti anti-aggressione collegati a sistemi di allerta rapida]


LA MOTTA (FIALS): "SERVE EDUCARE SIN DALLE SCUOLE"

Gianni La Motta accompagna i colleghi nella sua veste di rappresentante sindacale per le insegne della Fials. "Siamo di fronte a una problematica arrivata anche in contesti di provincia come il nostro, che si penserebbero più protetti. E’ un fatto culturale: come spiegare altrimenti che una persona possa non comprendere il senso di regole pensate per il miglior vantaggio di tutti. Se in Pronto Soccorso arriva una persona più grave e urgente di noi, è normale che ci venga fatta passare davanti, che i medici si possano dedicare a lei. Questo è un ospedale, ci si va quando si ha bisogno e ci si trovano persone in grado di darci aiuto: se arriviamo ad aggredirle vuol dire che qualcosa non va".

[Gianni La Motta, rappresentante sindacale della Fials]

Il sindacalista tiene a che venga riconosciuto l’impegno messo in campo dall’Asl per consentire agli operatori di lavorare in sicurezza. "L’Azienda è presente e non ci ha lasciati soli. Forse sono le istituzioni che devono fare di più, assumere iniziative, fare informazione ed educazione, a partire dalle scuole".

Ezio Massucco

TI RICORDI COSA È SUCCESSO L’ANNO SCORSO A OTTOBRE?
Ascolta il podcast con le notizie da non dimenticare

Ascolta "Un anno di notizie da non dimenticare 2025" su Spreaker.
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium