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| 23 giugno 2013, 17:37

«Addio Garessio!» Le colonie Padre Cocchi, al di là dell'oceano

I racconti di un giovane argentino che parla il genovese i cui nonni erano portati da piccoli alle colonie Padre Cocchi di Garessio, luoghi che ha visitato e ci racconta con un altra angolatura

«Addio Garessio!» Le colonie Padre Cocchi, al di là dell'oceano

Racconti d'estate mi hanno portato fin quassù, a Garessio, nell'Alta Val Tanaro, in questo lembo del Piemonte attaccato alla Liguria. Può sembrare strano che un giovane argentino in giro per l'Italia soltanto per poche settimane faccia un salto qui dalla Riviera, un mattino, proprio quando migliaia di bagnanti scelgono le spiagge liguri. Ma vengo in cerca di estati lontane, di quando i miei nonni frequentavano le elementari a Savona ed erano mandati in vacanza alle colonie di montagna. Sono posti che non ho mai visto ma che conosco attraverso le storie della nonna che, pur essendo emigrata in Argentina nel dopoguerra, non ha mai dimenticato i giorni del decennio 1930 trascorsi qui. 

Allora i bambini partivano da Savona sul treno che passava per Ceva e arrivavano alle colonie di Garessio gestite dalle suore di Nostra Signora della Neve. Circa settantacinque anni dopo, anch'io seguo proprio quella rotta, con l'obbligatoria connessione di mezzi, e in solitaria meditazione respiro l'aria fresca e mi guardo attorno. Tra le Alpi, immerso nel paesaggio, ricordo mia nonna riprodurre le parole che scambiava col dottore che, smilza com'era lei da piccola, la mandava in montagna per rinvigorirla: «Sciô mego, scià no me mande a Garescio...» ― «Figetta, ti gh'æ bezeugno de quell'aia!»

'COLONIE SAVONESI PADRE COCCHI' leggo sulla facciata della struttura, davanti alla quale parcheggiano i signori contattati tramite la Pro-loco di Garessio che, avendo accettato di dedicare del loro tempo a soddisfare una richiesta così infrequente come quella fatta da me, mi fanno scendere dalla macchina, aprono il vecchio stabilimento ormai inattivo, e iniziano a guidarmi dentro. Visito le stanze, i saloni, il cortile; salgo e scendo le scale interne e cammino nei corridoi mentre immagino tutte insieme le voci e l'allegria delle varie generazioni di bambini passati da qui. Fantastico sui loro pensieri, riconosco la loro parlata, indovino i loro giochi. La mia mente traccia mille paragoni tra adesso e allora, e mi sfila davanti tutta la storia dei miei cari.

Ecco il posto dove venivano a giocare, prima che la guerra li facesse patire il suo dolore e che, dopo quella, l'emigrazione cambiasse per sempre le loro vite nella ricerca di un miglior futuro. Vicini del quartiere savonese di Villapiana (A Ciann-a), i miei nonni avevano la stessa età, ma non venivano a Garessio insieme; infatti i maschietti erano separati dalle ragazze. Però avevano un destino in comune e il rincontro, il matrimonio e i figli sarebbero arrivati a Buenos Aires, dove lei, nel ricordo del salubre clima di montagna e dell'energia con cui ritornava, avrebbe detto al nipote molto più avanti: «se sono viva, è anche grazie a Garessio».

Ora anche le colonie hanno cambiato scenario. Più recentemente la loro vitalità si è mutata nella sfortuna di un'enorme struttura di difficoltosa gestione, purtroppo vittima di vandalismo ed abbandono; e nessuno di coloro che sanno la loro storia può nascondere il profondo dolore di vedere svalorizzato un luogo così prezioso. Che cose avrà per esse il tempo avvenire? Ritornerà, come ritorna l'estate, per questa zona il passato dorato del turismo termale e di montagna?

 

Vado sui terrazzi che si affacciano sul paese e i rigogliosi monti, e sorrido mentre penso quanto cari siano stati i verdi prati ai bambini che lì si divertivano a scivolare, proprio come mio nonno, che diceva che fossero «pe sgrugiâ co-o cû».

 

Entro quindi nell'antica chiesetta dove so che ha dormito mia nonna insieme alle altre ragazze, e mi trovo a riflettere sul suo consiglio di controllare dentro me stesso ogni notte, quando vado a dormire, se avessi offeso qualcuno, se avessi dei torti verso qualche persona. Concentrato in questi pensieri, ed essendo sempre stati lei e noi più giovani abbastanza poco religiosi, esco comunque dalle colonie evocando quello che si cantava all'ora di dormire proprio in quella chiesetta: la canzone che diceva «Felice notte...» e che finiva con «arrivederci, arrivederci domani ancor».

 

Resto ancora un po' in paese, contento di perdermi tra le viuzze del borgo medievale, elencato tra i più belli d'Italia. Imparo sulle circostanti piste da sci, dove si può godere la neve mentre si guarda il Mar Ligure, e vado a vedere i reperti preistorici esposti nel Museo Civico, da dove tanto amichevolmente sono portato dal suo responsabile a visitare il Santuario di Valsorda, che si allestisce per festeggiare con la tipica polenta saracena. Mi fermo infine tra le bancarelle del mercatino in centro al paese, guardo il Tanaro scorrere sotto i ponti mentre immagino che scivola nel fiume la protagonista della Canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè, ed è già l'ora di riprendere la mia strada.

 

Appena più tardi sarei stato di nuovo sulle spiagge di Albisola. E giorni dopo sarei ritornato all'inverno in Argentina, dove mia nonna sarebbe scomparsa, solo un paio di mesi più avanti.

 

Ma prima di lasciare Garessio, ringrazio e saluto nello stesso modo che lo facevano i bambini delle colonie, cantando come tante volte ho sentito lei:

 

«Addio Garessio, Garessio Addio,  / se vuole Dio, ritornerò...

Ritorneremo questa primavera  / con la bandiera, con la bandiera.

Ritorneremo questa primavera  / con la bandiera del Tricolor.»

 

 

Alan Gazzano

 

 

L'autore, nato nel 1989 a Buenos Aires, città dove risiede, è nipote di emigrati liguri di Savona ed è musicista e insegnante diplomato in pianoforte. Parla e scrive la lingua ligure genovese, che diffonde con passione sul primo sito web in spagnolo e zeneize: www.genoves.com.ar

Su quel sito potete trovare foto, collegamenti, e informazioni sulla cultura ligure e sugli italiani emigrati in Sudamerica.

 

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