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Ad occhi aperti | 23 gennaio 2021, 15:03

Naufraghi di noi stessi - The Fourth War

Non c’è un modo giusto o sbagliato di reagire davanti allo sgretolarsi delle proprie convinzioni: ognuno applica l’istinto, e tant’è. Ma, in molti casi, l’istinto è quello di unirsi, di difendere quel poco che di stabile e sicuro è rimasto nelle nostre esistenze

Naufraghi di noi stessi - The Fourth War

“The Fourth War” (La quarta guerra) è un film di produzione americana del 1990, diretto da John Frankenheimer. Protagonisti della pellicola sono i colonnelli Knowles e Valachev – uno statunitense e l’altro russo - , entrambi reduci delle guerre del Vietnam e dell’Afghanistan e a capo di due basi militari sul confine tra la Germania Ovest e la Cecoslovacchia negli ultimi anni della guerra fredda: i due, che si odiano dal profondo del cuore, si troveranno a ingaggiare una battaglia personale a causa delle propria sostanziale incapacità di accettare il clima di crescente distensione che si sta realizzando tra le due superpotenze mondiali.

Tempi d’incertezza, questi, per tutti. La pandemia, ovviamente, la crisi economica ma, come se non fosse già stato sufficiente, anche di crisi politica: il mondo – e anche il nostro paese – ha vissuto, in questi primi venti giorni del nuovo anno, alcuni dei suoi momenti più grigi in assoluto.

Ma non parlerò di nessuno di questi in modo specifico (e, sicuramente, non della politica del nostro paese: alcune scene viste negli ultimi giorni non meritano alcun commento). No, il concetto su cui vorrei concentrarmi questa settimana è il senso d’incertezza vero e proprio… e quale momento è “migliore” in questo senso, nella storia del mondo moderno,  rispetto al periodo della guerra fredda?

Proprio in quel periodo – o meglio, verso il suo termine – è ambientato “The Fourth War”. Roy Scheider e Jurgen Prochnow, i due colonnelli protagonisti, sono in buona sostanza cloni dello stesso personaggio: uomini di guerra, che nella guerra sono nati e cresciuti e che fuori da un contesto in cui si trovino a dover primeggiare contro un nemico (qualsiasi) si trovano pericolosamente spaesati, privi di punti di riferimento. Ineffabili, indefiniti. Che nell’instabilità della guerra fredda trovano il migliore dei contesti possibili per crescere.

Nel film i due colonnelli ingaggiano una sfida che diventa, con il passare del tempo, sempre meno legata agli ideali che ciascuno di essi dovrebbe portare avanti e sempre più alla prevaricazione personale; Knowles e Valachev puntano alla distruzione concreta l’uno dell’altro con ogni mezzo possibile, tanto da arrivare persino a scontrarsi faccia a faccia a suon di pugni. E a essere fermati, con la forza, dai propri stessi soldati, loro sì spaventati dalla prospettiva che questa guerra personale possa mettere in pericolo l’intero pianeta.

Credo “The Fourth War” sia un’interessante illustrazione di quanto il senso d’instabilità possa portare, a volte, a reagire in maniera del tutto contraria non solo alla logica morale ma anche al proprio stesso istinto di sopravvivenza. Non c’è un modo giusto o sbagliato di reagire davanti allo sgretolarsi delle proprie convinzioni: ognuno applica l’istinto, e tant’è.

Ma, in molti casi, l’istinto è quello di unirsi, di difendere quel poco che di stabile e sicuro è rimasto nelle nostre esistenze. Rendendosi conto che l’instabilità è una realtà costitutiva del nostro reale, che sotto molti aspetti siamo tutti naufraghi delle nostre stesse vite. E che dobbiamo ritrovarci, e salvarci, per poterà sopravvivere alle intemperie e al freddo dell’acqua dell’Oceano.

Siamo instabili, tutti noi, in fin dei conti. Solo insieme smettiamo di esserlo, seppur per un istante.

simone giraudi

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