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Politica | 14 novembre 2021, 10:20

Guido Brignone: “Ai partiti “personali” non importa il radicamento nelle amministrazioni locali”

L’ex senatore della Lega, che oggi vive dall’altra parte del mondo e guarda con disincanto alla politica italiana, spiega – partendo dalle sue vicende personali - perché il Carroccio non ha mai voluto una classe dirigente che gli consentisse di vincere e affermarsi nei Comuni

Guido Brignone

Guido Brignone

L’ex senatore leghista Guido Brignone si è sentito “stimolato” dal nostro articolo-inchiesta di qualche giorno fa sulla Lega in provincia di Cuneo.

Una radiografia nella quale si evidenziava come all’altissima percentuale di consensi ottenuti dal partito (cresciuti esponenzialmente alle europee e regionali del 2019), non sia mai corrisposto - in oltre 25 anni di storia - analogo “peso” nelle amministrazioni locali.

Brignone ci ha inviato un riflessione, che pubblichiamo in calce, non prima di aver ricordato chi è questo personaggio, che ha concorso a segnare la storia del Carroccio nel Cuneese ai tempi in cui Bossi, predicando il federalismo e auspicando l’autonomia della Padania, brandiva lo spadone.

Due volte senatore e consigliere provinciale
Guido Brignone, professore, dirigente scolastico, entra nella Lega nel 1992 e l’anno successivo diventa segretario della sezione del suo paese, Centallo. Nel 1995 viene eletto in Consiglio provinciale. L’anno successivo, 1996, il grande salto a Palazzo Madama, unico leghista in eletto in Piemonte al Senato. Nel 1999 viene rieletto in Consiglio provinciale e nel 2001, ancora al Senato, nel collegio di Asti. Nel 2004, quando la Lega decide di correre da sola in Provincia, è il candidato di bandiera alla Presidenza.

Naturalmente – confessa - non ebbi alcun sostegno o agevolazione dalla Lega perché non si doveva danneggiare Raffaele Costa. Ebbi anche difficoltà a riempire la lista dei 30 collegi. Per quello di Narzole – ad esempio - non riuscii neppure ad avere l'accettazione della signora Gianna Gancia e dovetti ricorrere in extremis al segretario di sezione”.

Nel 2006 cambia la legge elettorale e con essa arrivano i “listoni” preconfezionati. Brignone non ha aderenze nei “cerchi magici” e per lui comincia la parabola discendente. “Cota – racconta - mi interpellò se volevo entrare in lista. Risposi che, dopo aver vinto due volte alla grande, o venivo inserito nei primi posti o niente. Non volevo finire trombato dal sistema. Non ebbi mai risposta e lasciai perdere”.

Nel 2009, per le elezioni provinciali, la base leghista raccolse firme per la mia candidatura a Presidente, che spettava alla Lega in accordo con gli alleati. Costa stesso mi confidò che era lieto della mia candidatura, sia perché ex parlamentare come lui, sia perché buon conoscitore della "macchina" provinciale. Tutto ok, ma quando il mio nome andò a Roma per la ratifica, inaspettatamente, fu sostituito con quello della signora Gancia-Calderoli”.
                          
Da qualche anno ha lasciato l’Italia e oggi vive in una delle isole Andamane, nella parte meridionale del golfo del Bengala. Questo non gli impedisce di continuare a seguire – seppur col distacco non solo della distanza geografica – le vicende locali e nazionali della politica. Ecco di seguito la riflessione che ci ha inviato:  

“Il capopartito teme il rafforzamento sul territorio”

La Lega di Bossi - e più ancora quella del "Capitano" Salvini - è stata ed è soprattutto un partito "personale" (come lo era stato in passato per Di Pietro e come un po’ lo è anche oggi per Fratelli d’Italia).

In fondo il capopartito non ha grande interesse al radicamento territoriale nelle amministrazioni locali per i seguenti motivi:
a) poi non potrebbe controllarle;
b) potrebbero essere causa di contraddizioni se non di contrasto con l'indirizzo nazionale del partito (amministrare è altra cosa che chiedere, come era stato ai miei tempi, l'indipendenza della Padania!);
c) potrebbero dare molta visibilità a sindaci, amministratori, governatori (vedi oggi il caso di Luca Zaia in Veneto), a scapito del capopartito;
d) prevale il programma del capopartito (ecco perché a me si diceva: “siamo qui per l'indipendenza della Padania, non per le “tue" cosette, cioè l'impegno per il territorio, anche perché allora ero consigliere provinciale);

Tutto ciò a vantaggio di Pd e Dc, che hanno sempre avuto ideologicamente attenzione all'amministrazione del territorio. Bossi provò, a suo modo, un certo tipo di radicamento territoriale, ma con poco successo: qualche sindaco, Sindacato Padano, Banca Padana (ahimè!), Scuola Bosina (la libera scuola dei popoli padani), ecc.

Al sud le cose sono andate diversamente. Praticamente la Lega ha dato il suo marchio in franchising a persone o gruppi che cercavano di succedere localmente a Dc, Psi, Forza Italia, ecc. Mancava, io credo, un autentico retroterra di convinzioni e radicamento leghista.
Infine, aggiungo un altro motivo di carenza leghista a livello amministrativo. Premetto che laureati, intellettuali, professori e professionisti sono sempre stati considerati in Lega (e non solo) con timore e preoccupazione, anche se indispensabili (vedi Giancarlo Giorgetti); a volte persino con fastidio. Si temevano atteggiamenti critici o defezioni (a volte avvenute), ma più  spesso si temeva che drenassero troppi voti a danno di chi invece doveva emergere (a livello locale, come noto, ne fece le spese Claudio Sacchetto). Il fenomeno si è enormemente accentuato con la riforma elettorale.

In sostanza adesso, come si sa, i parlamentari sono nominati più che eletti. Il partito sceglie nei cerchi magici, designa chi è fedele al 100%, chi versa le quote senza fiatare, ecc. Se poi ci troviamo al governo o nelle alte cariche persone con la terza media e senza importanti esperienze lavorative.....non importa! Ormai i parlamentari votano a comando; il potere legislativo appartiene all'esecutivo”.

GpT

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