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Schegge di Luce | 27 marzo 2022, 15:54

Schegge di luce: pensieri sui Vangeli festivi di don Kenneth Nnadi dei Salesiani di Bra

Commento del Vangelo della Santa Messa del 27 marzo, IV Domenica di Quaresima, anno C

Schegge di luce: pensieri sui Vangeli festivi di don Kenneth Nnadi dei Salesiani di Bra

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”». (Lc 15,1-3.11-32)


Oggi, domenica 27 marzo, la Chiesa giunge alla IV Domenica di Quaresima (anno C, colore liturgico viola o rosaceo), detta anche “Laetare”. A commentare il Vangelo della Santa Messa è don Kenneth Nnadi dei Salesiani di Bra.

Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di Luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole nel perfetto stile di don Bosco per accendere le ragioni della speranza.

Eccolo, il commento.

A metà del cammino quaresimale l’evangelista Luca ci racconta la storia di un padre misericordioso. Un padre che ama incondizionatamente i suoi due figli. Ama con un amore gratuito. Ama e ama, oltre ogni misura. La parabola è narrata dopo l’accusa dei farisei e degli scribi a Gesù: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Di tutta risposta, Gesù racconta una parabola che rivela il vero volto del Padre amorevole e tenero.

«Un uomo aveva due figli». Così inizia Gesù. Mette subito in primo piano i tre personaggi del racconto, ma l’attore centrale risulta il padre. Il figlio più giovane chiede la parte di patrimonio che gli spetta e se ne va lontano dalla casa paterna in cerca di fortuna e di libertà. Taglia i suoi legami famigliari, le sue radici. Lontano da casa sperpera i suoi beni e comincia a trovarsi nel bisogno. Al distacco dalla casa si aggiunge la perdita dei suoi beni. Ma non basta. Ai guai, si aggiunge anche la carestia. C’è un progressivo allontanamento che lo porta alla solitudine e allo smarrimento morale fino a vivere nella dissolutezza. Per vivere è costretto a lavorare come custode degli immondi porci. Questa immagine pone in risalto la decadenza morale e religiosa di questo giovane. Perfino gli animali si nutrono meglio di lui. È un impoverimento totale, una miseria. Alla fine decide: «Mi alzerò, andrò da mio padre». Rientra in sé, comincia a ragionare e inizia il cammino di ritorno al padre, il cammino di conversione.

Ora Gesù chiama in causa quell’amore del padre, quello che nessuno si attenderebbe. Il padre non ha mai smesso di amare il figlio, l’ha atteso, lo vede ritornare e, commosso, lo accoglie a cuore aperto: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Gesti carichi di significato, che rivelano il volto di Dio, quel Dio che nella sua tenerezza e misericordia vuole accogliere tutti, nessuno escluso.

Dio non aspetta che l’uomo esprima il suo pentimento con lunghe penitenze. Basta quel sentimento di dispiacere per la rottura del legame con Lui. È Dio, che fa il primo passo con cura e pazienza e ridona vita all’uomo pentito. Il padre della parabola non lascia che il figlio neppure finisca il discorso preparato: gli basta sentirsi chiamato padre; «Nnaanyi!», «Papà!» «Babbo!».

«Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Lo riconosce “padre” e si riconosce “figlio”. Ora c’è solo un padre che manifesta il suo amore gratuito e sovrabbondante, un amore che supera ogni norma e regola, espresso nei tre gesti simbolici della veste, dell’anello e dei sandali. Così ridona al giovane la sua dignità di figlio e sigilla la sua reintegrazione piena nella famiglia. Per questo ritorno inaspettato c’è festa grande.

Un amore come questo, a prima vista esagerato, provoca scandalo tra farisei e scribi, che si ritengono i soli meritevoli della bontà del Signore. L’atteggiamento di farisei e scribi si ripropone nell’immagine del figlio maggiore, che rifiuta questo eccesso d’amore paterno. Egli, al suo ritorno dai campi, rifiuta di entrare in casa. Rifiuta il comportamento del padre verso il fratello, perché costui proprio non lo merita. È lontano dal padre pur restando a casa. Lontano in quanto la sua gelosia manifesta un rapporto falso, commerciale e inautentico con il padre. Si rivela un dipendente, non un figlio. Ma anche lui è chiamato a ritornare al padre, a condividere la sua logica d’amore ed a convertirsi.

Ogni cristiano è chiamato a capire e imitare quest’amore disinteressato che Dio Padre ha verso i suoi figli. È un amore sconfinato, tenero e ricco di misericordia che accoglie tutti coloro che si riconoscono figli nel banchetto gioioso del paradiso! La vera conversione è credere in questo amore infinito del Padre che Gesù ci propone.

Silvia Gullino

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