C’è un filo sottile che lega la spensieratezza della gioventù e la severità delle vette, e talvolta assume la forma di un oggetto dimenticato tra le rocce.
Sul Monviso, quel filo ha avuto per decenni il volto di una vecchia bicicletta, portata in vetta nei primi anni Cinquanta come sfida innocente e rimasta lassù a testimoniare un’epoca di entusiasmo, leggerezza e sogni. Era stata la bravata di un ragazzo del ’36, Clemente Berardo, destinato a diventare una delle figure più significative dell’alpinismo saluzzese e guida di riferimento per generazioni di appassionati.
Per molti alpinisti, nel corso degli anni, quella bicicletta divenne quasi un compagno silenzioso: non serviva a orientarsi, ma incuriosiva, strappava un sorriso, riportava alla mente il senso di libertà di un tempo. Il Monviso, montagna austera, conservava così un dettaglio ironico e fragile, che contrastava con la sua imponenza. Ora, dopo oltre settant’anni, quel telaio arrugginito è tornato a valle, recuperato con tenacia da due alpinisti che hanno deciso di restituirlo al suo proprietario.
Il telaio "dormiente, lo hanno individuato a 2.900 metri circa, incastonato tra le rocce della Est del Monviso: una quota decisamente più bassa rispetto ai 3.500 metri ai quali si trovava nel 2020, segno di un lento ma inesorabile scivolamento verso il basso.
Il gesto ha riportato alla luce non solo un cimelio, ma soprattutto una storia di giovinezza e di amicizie nate tra le rocce. Ha permesso a Berardo di rivivere, attraverso quell’oggetto, i giorni in cui la montagna era sfida e gioco, in cui si saliva con corde rudimentali e una responsabilità che veniva prima di tutto.
Una responsabilità che per lui è sempre stata principio guida: nell’attività di guida alpina, nel soccorso, nelle innumerevoli ascensioni che ha compiuto, sempre attento a far tornare tutti a valle sani e salvi.
Il ritorno della bicicletta coincide con un anno denso di anniversari per il Re di Pietra: dalla posa della croce di vetta al ricordo delle imprese che hanno segnato la storia alpinistica. E se oggi il Monviso è frequentato da migliaia di escursionisti, resta viva la lezione di chi lo ha conosciuto in epoche più severe, quando ci si affidava alla preparazione e alla conoscenza più che alle attrezzature sofisticate.
In fondo, quel telaio arrugginito è molto più di un oggetto: è un ponte tra generazioni, un simbolo di un rapporto che cambia con la montagna ma non smette mai di parlare.
Così, mentre torna a casa tra le mani di chi l’aveva issato lassù per scherzo, diventa memoria concreta di un tempo fatto di leggerezza e coraggio, e insieme monito silenzioso sul valore della responsabilità che la montagna continua a chiedere a chi la frequenta.













![Il presidente della CIA sul vino dealcolato: "Non dico no in modo estremista. Ma non chiamiamolo vino" [VIDEO] Il presidente della CIA sul vino dealcolato: "Non dico no in modo estremista. Ma non chiamiamolo vino" [VIDEO]](https://www.targatocn.it/fill/130/98/fileadmin/archivio/targatocn/2025/01/claudio_conterno_dix_tv.jpeg)

