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Schegge di Luce | 21 giugno 2026, 08:58

SCHEGGE DI LUCE / Pensieri sui Vangeli festivi

La riflessione del direttore dei Salesiani di Bra don Riccardo Frigerio

Opera del pittore Mario Sapienza

Opera del pittore Mario Sapienza

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». (Gv 6,51-58).

Oggi, 21 giugno 2026, la Chiesa giunge alla XII domenica del tempo ordinario (Anno A, colore liturgico verde). A commentare il Vangelo della Santa Messa è don Riccardo Frigerio, direttore dei Salesiani di Bra.

Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole per accendere le ragioni della speranza che è in noi.

Eccolo, il commento.

Il bambino (forse anche qualche adulto) ha paura del buio in quanto esso lo immerge letteralmente nell’ignoto, cancella i riferimenti spaziali e affettivi, specialmente se è da solo, come quando è il momento di andare a dormire, e normalmente affronta questa condizione in due modi: o accende una lucina o chiede a una persona cara di stare con lui.

Il Vangelo odierno ripete la parola “paura” più volte, forse suggerendo che dobbiamo guardare interiormente a ciò che temiamo e perché lo temiamo. La condizione di timore prudente è il distillato di una lotta per la sopravvivenza che consente all’essere umano di non andare incontro ai pericoli non necessari, di non rischiare superficialmente la vita e gli affetti, di affrontare l’ignoto contando sulle proprie esperienze pregresse con fiducia di riuscire a superare il nuovo ostacolo.

Esiste quindi una paura che ci aiuta a conservare quanto consideriamo prezioso, in noi e negli altri. D’altra parte la paura del bambino è invece quella di chi non ha ancora esperienza sufficiente per contare su di sé e allora ricorre al papà o alla mamma, loro sì che sono forti abbastanza e lo proteggeranno da qualsiasi “mostro” si nasconda dietro l’armadio. Paura che può apparire sciocca e infondata all’adulto, ma che rimane insuperabile almeno temporaneamente per il bambino.

Così siamo invitati oggi a non temere innanzitutto le paure determinate dall’esterno: del giudizio delle persone, delle incomprensioni, al punto di non essere capaci di vivere una vita coerente con il credo che professiamo. Scendiamo a compromessi per non andare controcorrente rispetto ad una mentalità che non ha nulla a che fare con il cristianesimo. Paura di coloro che giudicano. Di coloro che, puntando sui troppi scandali, sulle troppe incoerenze, sull'inadeguatezza, accusano la Chiesa di essere al capolinea. È una paura radicata e diffusa che, addirittura, rischiamo di santificare, credendola devota e gradita a Dio quando, confondendo umiltà con arrendevolezza e depressione, pensiamo di non valere nulla.

Essere giudicati dagli altri, dover dimostrare di valere, dimostrarlo anche a noi stessi, rischia di farci sprofondare nella paura. Gli altri ci vedono male, ci vedono come il male, giudicano ciò che facciamo. Ma se anche ci dicono che non siamo autosufficienti, che siamo fragili, persino peccatori, che sulla Terra ci sono quelli che valgono più di noi, che cosa dicono di strano, di sbagliato? Non bisogna zittire quelle voci “altrimenti incidono sulla mia autostima”, ma anzi con vera umiltà riconoscere che siamo peccatori perdonati, che tutto viene dal Signore e da soli non siamo davvero capaci di nulla, che i talenti sono stati distribuiti con generosità e magari davvero non li ho ricevuti tutti io. Allora il giudizio degli altri smetterà di bloccare le mie aspirazioni più elevate, un inciampo diventerà trampolino per un salto più alto, un fallimento da cui mi sono rialzato sarà un segno della Provvidenza all’opera.

Vi è poi la paura di quelli che uccidono il corpo, sia togliendo la vita che “solamente” rovinandola: oltre alle guerre, agli omicidi, c’è chi banalizza la corporeità umana, facendone un trofeo da conquistare o imponendo modelli irraggiungibili che determinano regimi alimentari suicidi, chi oggettivizza il corpo nelle immagini della pornografia, chi rende schiavo il prossimo con la tratta…

Il legame corpo-anima è inscindibile, almeno fino alla morte fisica, e quindi l’azione su uno dei termini incide anche sull’altro. Il quinto comandamento è ben di più che la proibizione dell’omicidio. Per questo Gesù dice che si può uccidere anche pensando male di un’altra persona nel proprio cuore. Nell’era dei social, quando le relazioni passano attraverso uno schermo a distanza, si può aver l’impressione di non fare male a nessuno, ma si sta in realtà accoltellando qualcuno alla schiena.

La prossima volta che vedremo i passeri beccare qualche briciola sul balcone, pensiamo alle parole di Gesù: anche noi abbiamo il nido nelle mani di Dio, che tiene infinitamente ad ogni figlio e figlia in questo mondo, tanto da nutrirlo, proteggerlo e risollevarlo nella caduta. Non è Dio che “vuole” che cada, ma Dio è coinvolto nella caduta, “cade con lui” per risollevarsi insieme. E spesso lo fa attraverso le mani amorose di qualche buon samaritano, che invece di voltarsi dall’altra parte si mette in gioco per il bene, pagando di tasca propria. Perché lo fa? Perché non gli è indifferente.

Santa Madre Teresa puntava il dito contro il peccato dell’indifferenza, che rende il mondo un incontro-scontro di particelle autoreferenziali, egoistiche e chiuse su se stesse. Il buon samaritano ha occhi per le sofferenze altrui, di più, sente nella propria carne la caduta dell’altro, soffre con lui e fa una “trasfusione di vita” per rimetterlo in sesto. Parafrasando uno spot degli anni Settanta di una nota casa di prodotti di bellezza, “Perché lui vale!”, essendo figlio di Dio e fratello in Cristo. In questo modo riconoscerà la propria relazione fondante con il Signore, e troverà riconoscimento in quel giudizio finale verso cui ogni uomo è in cammino.

In sintesi, tornando al bambino che accende la luce per paura del buio, se anche a noi capita di temere le tenebre del peccato e della morte, della solitudine e della sofferenza, non abbiamo neppure da accendere la luce, perché quella è già accesa, è il Signore Gesù, che ci raggiunge nel profondo della nostra esperienza umana. Una cosa però dobbiamo farla, perché il Signore ci ha creati liberi e liberi ci vuole sempre: siamo noi che dobbiamo girare i nostri occhi verso quella luce!

Silvia Gullino

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