"Dietro i numeri e i proclami trionfalistici sui piani regionali per l'abbattimento delle liste d'attesa, la sanità pubblica piemontese nasconde una crepa profonda e pericolosa. A mandare avanti la macchina complessa e delicatissima delle sale operatorie regionali è una stretta pattuglia di professionisti allo stremo".
Così il NurSind interviene sulla situazione sanitarie piemontese.
Secondo i dati diffusi dal sindacato delle professioni infermieristiche NurSind Piemonte, sono appena 1.500 gli infermieri — ovvero circa il 7-8% dell'organico complessivo regionale — assegnati stabilmente ai blocchi operatori con i ruoli cruciali di strumentisti, infermieri di sala e di anestesia.
A questo ristretto contingente è affidato il compito gigantesco di garantire la piena operatività di oltre 150 sale operatorie pubbliche attive in tutta la regione, capaci di macinare tra i 240.000 e i 260.000 interventi chirurgici all'anno, di cui tra il 15% e il 20% rappresentato da urgenze ed emergenze indifferibili.
"I risultati del capillare sondaggio condotto da noi su un campione di 150 professionisti delle sale chirurgiche piemontesi (oltre la metà attivi nei grandi poli ospedalieri dell'area metropolitana di Torino, in primis le Molinette) tracciano un quadro di profonda sofferenza organica e gestionale" - spiegano dal NurSind.
"Non si tratta di personale improvvisato: il 39,8% degli intervistati lavora nei blocchi operatori da oltre 10 anni e il 45,1% ha un'anzianità specifica tra i 2 e i 10 anni. Un patrimonio di competenze ed esperienza che oggi rischia di essere sgretolato dal logoramento quotidiano - aggiugnono -. Straordinari quotidiani: Per il 58,0% degli intervistati le sedute operatorie programmate si prolungano oltre l'orario stabilito richiedendo straordinari non programmati praticamente tutti i giorni, reperibilità asfissiante: Il 76,8% subisce un carico pesante che va da 5 a 7 turni mensili di reperibilità (con punte fino a 15 turni in strutture come le Molinette), chiamate continue: Quando si è in pronta disponibilità, il 63,7% viene chiamato in servizio attivo oltre il 70% delle volte, recupero azzerato: Il 76,1% definisce "pessimo o inesistente" il tempo di recupero psicofisico concesso dopo una chiamata in servizio. L'impatto psicofisico è devastante: il 69,0% dei professionisti sperimenta un livello elevato o massimo di ansia e stress, direttamente correlato al rischio di commettere errori clinici a causa dell'accumulo di fatica".
"La sicurezza dei turni appare fragile: il 25,2% dichiara che la sala è stabilmente sotto organico, mentre il 59,5% segnala che il personale entra in crisi non appena sopraggiunge un'urgenza - proseguono dal sindacato infermieristico -. A questo si aggiunge un grave deficit formativo: l'affiancamento dei neoassunti è giudicato "inadeguato" o "troppo breve" da oltre l'83% degli intervistati. Per il 43,8% la formazione continua è lasciata unicamente all'auto-formazione o alla collaborazione spontanea tra colleghi, mentre solo l'8% fruisce di corsi aziendali specifici e periodici. Sul piano gestionale, il 63,7% evidenzia criticità nelle relazioni con la componente medica. L'81,1% trova difficoltà nel conciliare i ritmi delle sedute con i tempi di recupero biologico, appesantiti da ritardi nell'inizio delle sedute (40,5%) e scarsa programmazione (41,4%)".
"Bisognerebbe smetterla di spremere il personale in servizio con straordinari coatti e turni di reperibilità infiniti- commenta Francesco Coppolella, Segretario Regionale NurSind Piemonte -. Le sale chirurgiche corrono il rischio concreto di fermarsi non per mancanza di medici o di tecnologie, ma perché mancano gli infermieri disposti a farsi logorare la vita a queste condizioni. Non è accettabile che la disorganizzazione o la gestione conflittuale si trasformino automaticamente in straordinari obbligatori o turni saltati per l'équipe infermieristica. Serve un cambio di paradigma che rispetti i diritti e la dignità professionale di tutti".














