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Cronaca | 08 settembre 2026, 18:14

Non versa allo Stato il contributo per le videolottery: dopo la casa pignorata, arriva la condanna per peculato

La titolare di un bar della valle Gesso, condannata a due anni e otto mesi di reclusione, dovrà anche subire la confisca di beni per 7.823 euro

L'ingrrsso del tribunale di Cuneo

L'ingrrsso del tribunale di Cuneo

È stata condannata a 2 anni e 8 mesi di reclusione per peculato la titolare di un bar della valle Gesso accusata di non aver versato il prelievo erariale unico (PREU) relativo a due video lottery installate nel locale. Il tribunale di Cuneo ha riconosciuto la responsabilità per 7.823,26 euro, disponendo anche la confisca dei beni per una cifra equivalente e le sanzioni accessorie, tra cui l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione.

Secondo la Procura, l’imputata, difesa dall’avvocato Fabrizio Di Vito, non avrebbe versato circa 11.800 euro alla concessionaria Netwin Italia, società concessionaria per la rete telematica degli apparecchi da gioco lecito con sede a Ravenna. Somma, questa, che comprendeva il PREU destinato allo Stato e altre voci legate al rapporto contrattuale. Secondo i calcoli, infatti, di quegli 11.800 euro, 7.823 euro sarebbero spettati all’Agenzia dei Monopoli come PREU, mentre il resto sarebbe spetatta proprio alla società emiliana. 

Come spiegato in aula dalla presidente del consiglio di amministrazione di Netwin Italia, presso l’esercizio erano state installate due video lottery: il gestore raccoglieva gli incassi e doveva versare settimanalmente al concessionario le somme dovute, comprensive della quota da riversare allo Stato, del canone e del corrispettivo spettante alla società.

Tra febbraio e maggio 2016 sarebbero stati effettuati soltanto alcuni versamenti rateali. Netwin aveva quindi inviato solleciti e successivamente un decreto ingiuntivo, arrivando a versare direttamente all’Agenzia dei Monopoli il PREU. La società aveva inoltre ottenuto il pignoramento e la vendita di un immobile dell’imputata, senza però recuperare integralmente quanto dovuto.

Nel corso della discussione, il pubblico ministero ha sostenuto che gli importi risultassero dalla documentazione e dai contratti prodotti in aula e ha chiesto una condanna a 2 anni e 10 mesi, ritenendo sussistente la responsabilità penale.

La difesa, invece, ha contestato sia la natura pubblica delle somme sia la qualifica dell’imputata. Secondo l’avvocato Di Vito, il rapporto tra la donna e Netwin sarebbe stata di natura privatistica e l’imputata non aveva mai avuto un rapporto diretto né ricevuto incarichi dallo Stato. Il legale ha inoltre sottolineato come il PREU fosse stato interamente versato da Netwin all’Agenzia dei Monopoli e che, pertanto, lo Stato non avrebbe subito alcun danno. 

Dei circa 11.800 euro contestati, inoltre, soltanto 7.823,26 euro sarebbero stati effettivamente riferibili al PREU, mentre il resto riguardava canoni e altre voci del rapporto privatistico.

Per la difesa, dunque, la donna non poteva essere considerata incaricata di pubblico servizio e, in ogni caso, la somma avrebbe dovuto essere ricondotta all’importo effettivamente riferibile al PREU. La richiesta è stata di assoluzione.

CharB.

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