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Attualità | 31 ottobre 2026, 06:07

STORIE DI AIDO/ “Ho donato un rene a mia figlia. Vederla felice è la cosa più importante per me”

Nel 2008 ha offerto l'organo alla figlia Roberta, permettendole di interrompere la dialisi. Una compatibilità rarissima che le ha cambiato la vita

Nunzio Scala

Nunzio Scala

Ex bancario, amante della montagna e della vita vissuta all’aria aperta: il protagonista della storia di oggi, Nunzio Scala, non è una persona che ha ricevuto un organo, ma un donatore vivente.

Nel gennaio del 2008, Nunzio ha donato uno dei suoi reni alla figlia Roberta, che fin dalla nascita conviveva con problemi renali.

Tutto ha inizio nel 1987, quando Roberta nasce prematuramente, dopo un distacco della placenta al settimo mese di gravidanza. Durante quelle ore si verificano problemi nell’ossigenazione che avranno conseguenze anche sulla funzionalità dei reni.

Per vent’anni la ragazza riesce a vivere senza sottoporsi alla dialisi. Poi, però, la situazione peggiora e i medici iniziano a prospettare la necessità di un trapianto.

Prima di essere inserita in lista d’attesa, però, all’ospedale Gaslini di Genova, viene proposta una possibilità: verificare la compatibilità dei genitori.

Entrambi accettano di sottoporsi agli accertamenti e la compatibilità di Nunzio risulta particolarmente elevata, tanto da sorprendere gli stessi medici.

Il 31 gennaio 2008 padre e figlia, all’ospedale San Martino di Genova, affrontano gli interventi. Da allora sono ormai trascorsi oltre diciotto anni. 

Roberta ha costruito una famiglia ed è diventata madre. Nunzio, invece, continua a vivere normalmente, senza aver abbandonato la sua passione per la montagna.

Questa è l'intervista realizzata dal nostro giornale per la rubrica “Storie di AIDO”:

Partiamo dall’inizio. Quando avete scoperto che sua figlia aveva un problema ai reni?

I problemi risalgono alla nascita. Roberta è nata nel 1987, a sette mesi e mezzo, dopo un distacco della placenta avvenuto al settimo mese. Per alcune ore ci furono problemi nell’apporto di ossigeno e questo ebbe conseguenze sui reni. Per circa vent’anni, comunque, non furono necessari interventi particolari.

E successivamente?

Arrivata intorno ai vent’anni, i valori della creatinina erano diventati circa dodici volte superiori alla norma. Roberta si sottopose alla dialisi peritoneale domiciliare durante le ore serali per circa sei mesi, un trattamento meno impegnativo rispetto all’emodialisi ospedaliera.

Come nacque l’idea che potesse essere proprio lei a donare un rene a sua figlia?

All’ospedale Gaslini di Genova, prima di inserirla in lista d’attesa, ci chiesero se avessimo mai pensato alla possibilità di donare noi un rene. Io e mia moglie accettammo di sottoporci agli esami per verificare la compatibilità.

E cosa emerse dagli accertamenti?

Mia moglie risultò compatibile al 50%, mentre nel mio caso la compatibilità era praticamente totale. Una situazione rarissima. Ricordo che il primario del San Martino mi disse di aver incontrato pochissimi casi simili nella sua esperienza, perlopiù tra gemelli. 

Quando scoprì di poter donare un rene a Roberta, quale fu la sua prima reazione?

Ero molto contento. Sapevo che avrei potuto aiutarla concretamente. Se fosse rimasta in lista d’attesa, ci avevano prospettato un’attesa di almeno due anni prima di trovare un organo compatibile. Nel frattempo avrebbe dovuto affrontare la dialisi, che avrebbe potuto portare a delle conseguenze sulla salute.

Donare un organo da vivi significa sottoporsi a un intervento pur non essendo malati. Ha mai avuto paura?

Non ho avuto particolari paure. Ero un fumatore e avevo già provato a smettere una decina di volte, senza riuscirci. Dal giorno in cui mi dissero che ero compatibile e che, dunque, avrei potuto donare il rene a mia figlia, smisi di fumare. E non ne ho più sentito il bisogno. Da un punto di vista psicologico, non ho sofferto particolarmente prima dell’operazione. Lo stesso è valso dal punto di vista fisico dopo l’intervento.

A quali controlli dovette sottoporsi prima di affrontare l’intervento?

Mi sottoposi a diversi accertamenti ed esami. Fu un procedimento lungo anche dal punto di vista burocratico e legale, poiché bisognava verificare che la donazione fosse una scelta libera e che non ci fosse alcun interesse economico. 

Si ricorda il giorno dell’operazione?

Era il 31 gennaio 2008. Il giorno precedente all’operazione avevo parecchia adrenalina, ma ero comunque tranquillo. L’intervento si svolse all’ospedale San Martino di Genova e andò bene. In quei mesi ricevetti anche tantissimo sostegno: mia moglie, i miei figli, la mia famiglia e le persone che mi stavano accanto mi aiutarono molto. Mi sentii davvero coccolato da tutti.

Grazie a quel trapianto sua figlia poté interrompere la dialisi. Quanto cambiò la sua vita?

Roberta è rinata. Ovviamente nei primi sei mesi dopo l’operazione dovette prestare molta attenzione, utilizzando le mascherine e sottoponendosi a controlli mensili. Tuttavia, progressivamente, ha ripreso a vivere normalmente. Due anni dopo è andata a convivere. Nel 2012 si è sposata e nel 2014 è diventata mamma.

Una soddisfazione che, probabilmente, all’epoca non immaginavate.

Assolutamente. Ci avevano prospettato che per lei costruire una famiglia e avere figli sarebbe stato molto difficile. Quando nel 2014 è nato Mattia, mio nipote, è stata una gioia enorme: non me lo sarei mai aspettato.

Lei, invece, come vive oggi con un solo rene? Ha dovuto modificare le proprie abitudini?

Ho cambiato alcune cose, soprattutto nell’alimentazione: ho iniziato a seguire una dieta meno grassa e ho perso qualche chilo. E naturalmente non ho più fumato. Per il resto non è cambiata sostanzialmente la mia vita: mi piaceva andare in montagna ed effettivamente quella era una delle poche preoccupazioni prima dell’intervento: mi sarebbe dispiaciuto rinunciare a una grande passione come le camminate in montagna.

Tuttavia, i medici mi avevano rassicurato. Già sei mesi dopo l’operazione ero sul Marguareis. Ancora oggi la funzionalità renale è molto buona e posso continuare a fare le attività che facevo prima.

Sono passati oltre diciotto anni. Le capita di ripensare a quella decisione?

Ogni tanto, anche se ho vissuto questi anni in modo molto tranquillo. Quando ci ripenso, lo faccio con contentezza. Vedere mia figlia e mio nipote stare bene è la cosa più importante per me.

Solitamente le storie raccontate nella nostra rubrica riguardano soprattutto persone che hanno ricevuto un organo da un donatore deceduto. Lei, invece, condivide un’esperienza diversa con noi, essendo stato il soggetto donatore. Secondo lei si parla abbastanza di questa possibilità?

Se ne parla, anche se ci sono ancora diversi preconcetti. C’è una questione sulla quale bisognerebbe riflettere prima, come il fatto che quando si arriva al momento della decisione, alcune persone cambiano idea. Noi eravamo già iscritti all’AIDO da moltissimi anni, ancora prima che Roberta subisse l’operazione. Poi ci siamo trovati a vivere direttamente questa situazione.

Oggi racconta la sua esperienza anche durante gli incontri di sensibilizzazione. Che impressione ha delle persone che ascoltano la sua storia?

Credo che sia difficile comprendere fino in fondo certe situazioni fino a quando non ti toccano personalmente. Nelle scuole si fanno incontri importanti, anche se non è semplice trasmettere pienamente il significato della donazione. Secondo me sarebbe utile parlarne anche con gli adulti, magari durante i corsi prematrimoniali o in altre occasioni. L’obiettivo dovrebbe essere cercare di sensibilizzare maggiormente le persone prima che si trovino ad affrontare una situazione simile.

Vorrei, infine, ringraziare tutti i medici e gli infermieri dell’Ambulatorio Trapianti dell’ospedale Carle di Cuneo, che ci hanno seguito e accompagnato in questo percorso.

Tommaso Puggioni

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