Una lunga intervista rilasciata in occasione dei suoi ottanta anni (compiuti l’8 febbraio scorso, classe 1930), era intitolata “Giulio Chiapasco: dalla Bovina a Boves”. Sarebbe ottimo titolo anche per il necrologio.
Era nato, infatti, a Bovina, nella frazione del Comune di Paroldo, divenuto, durante il fascismo, frazione di Ceva e, poi, tornato autonomo. Si era trasferito a Boves una quarantina di anni fa, innamoratosi di questo centro, dove era capitato durante celebrazioni resistenziali.
Di origini contadine, si è trovato orfano di padre in giovane età e costretto ad andare a lavorare in fabbrica, alla “Piaggio”. Sempre sorretto da insaziabile voglia di conoscere, da grande amore per lo studio, continuato per tutta la vita, da altrettanta intelligenza e predisposizione, riuscì a raggiungere il diploma alle “Magistrali” (raccontava che sfruttava, per studiare, persino i “tempi morti” della “catena di montaggio”). Il suo primo incarico è di inizio anni Cinquanta, a Sale San Giovanni (località raggiunta a piedi, in bicicletta e, poi, in moto da Paroldo, sin al trasferimento a Ceva).
Visse sempre questo suo ruolo di “maestro”, del quale era molto fiero, come tutti i colleghi della sua generazione, in una chiave assolutamente “istituzionale”, “pacata” ed “irreprensibile”, come doveva essere per chi si poneva a modello dei bambini, ma, allo stesso tempo aperto alle novità, ad un altro modo di intendere il compito, rifuggendo l’utilizzo (lui che era la mitezza fatta persona, pur non alieno alle solenni arrabbiature) delle, allora ancora diffusissime, nella scuola, “punizioni corporali”. Ci spiegava: “Feci un corso residenziale di una settimana, dove ci facevano capire come insegnare coinvolgendo, facendo piacere ai bambini quanto apprendevano, stimolandoli... Ho fatto sempre così e a Sale è andata benissimo... Solo a Boves alcuni genitori sono venuti a dirmi che volevano che li picchiassi come facevano altri... Ma io non me la sono mai sentita!”.
Terminò la sua attività professionale (dopo aver incontrato “classe” bovesana piuttosto “volitiva e vivace”) con incarichi amministrativi, andando in pensione ancora giovane, con tanto tempo per dedicarsi alle sue passioni...
Successivamente tenne ancora corsi di fotografia nella scuola, che avvicinarono giovanissimi bovesani a tale passione...
Stesso metodo che nell’insegnamento, molto “libertario”, con buoni risultati, ha usato per far crescere i quattro figli avuti dalla moglie, che conobbe grazie ad un intervista che andò a farle (lei era sarta a Ceva).
Accanto all’insegnamento, infatti, stavano prendendo corpo tutti quegli altri interessi che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita, portandolo in ogni campo del sapere.
Fu tra i fondatori del “Gruppo Micologico Cebano”, ad inizio degli anni Sessanta, poi di quello bovesano (da cui è nata l’attuale AMBAC Cumino), trasferitosi ai piedi della Bisalta. Per anni fu punto di riferimento del Pronto Soccorso cuneese nei casi di avvelenamento da funghi. Anche in questo campo visse l’esperienza senza mediazioni, non limitandosi alla parte “teorica”, ma andando sul “pratico” (in sostanza assaggiando persino i funghi che gli venivano presentati e gli erano ignoti, dopo averli attentamente esaminati e catalogati). Lascia dettagliato manuale a sua firma, di micologia. Nel settore, ci raccontava, ridendo, aveva perso grande occasione: per anni aveva cercato catalogazione e nome scientifico di fungo piuttosto diffuso, salvo, troppo tardi, accorgersi che era stato “battezzato”, poco prima, da micologo sloveno. Si fosse reso conto prima avrebbe potuto scegliere lui il nome: “Lo avrei dedicato a Boves, incredibile che nessuno lo avesse mai catalogato...”.
Nel giornalismo fu corrispondente da Ceva di varie testate, locali e nazionali, prima di finire in quella vera fucina di alcune delle migliori “firme” del giornalismo cuneese che era “La Gazzetta del Popolo”. A Boves divenne colonna del locale “Il Giornale” e de “La Bisalta”...
Ci spiegava: “Ci fu un insegnante alle elementari a cui piaceva tanto il mio modo di scrivere ed io ho continuato a farlo così...”, una prosa solida, ben costruita, corretta, pacata, “da maestro”, in cui trapelava occasionalmente la sua ironia...
Specie negli ultimi anni, insieme ad amici bovesani, grande fu il suo interesse per la storia, per la ricerca e conservazione della “memoria”, a partire dal suo volume “Langa fine guerra”, sui suoi ricordi del periodo, vissuto nell’adolescenza, dell’ultimo conflitto, a svariati articoli ed interviste, alla recente rubrica, su “Il Giornale di Boves”, “La storia l’è bela” (raccontata con semplicità, ma senza evitare punti scabrosi, che ancora suscitano polemiche, ai nipoti, ed, idealmente, a tutti i giovani).
Non atletico, ma fisicamente robusto, come la gente contadina, si concedeva lunghe gite montane, coi figli, accanto a domeniche “fuori porta”, a far conoscere ai suoi eredi le bellezze storico-artistiche della Provincia e dintorni... Opera sua è l’unica guida turistica di Boves ("Conoscere Boves"), del 1988, che sempre avrebbe sperato fosse aggiornata e ripubblicata... Di Paroldo lascia contributo a corposo libro a più mani pubblicato un decennio fa (commuovevano l’affetto con cui i suoi antichi concittadini gli si stringevano attorno nelle sue visite alla terra natale ed il suo tornare a parlare, in quelle circostanze, nel dialetto di quella Langa, che già risuona di cadenze liguri). Molto amò, anche, pur scrivendo principalmente in italiano, la lingua regionale, di cui conosceva la raffinata grafia dei “Brandè”, “La scuola del Po”. Per anni, collaborando con Costanzo Martini, sin alla scomparsa del grande scrittore bovesano, fu il curatore de “’Ltò Almanach”, di “Primalpe”, pubblicazione di cultura locale, una delle migliori nazionale, diremmo, il cui numero del 2011 è stata una delle ultime letture, oggetto della sua estrema recensione...
Delle Regioni italiane conservava stupendo ricordo della Sardegna (in cui era andato varie volte, sin a pensare, persino, con la moglie, di gestire struttura ricettiva).
Di ritorno da viaggio in Argentina, nel 1994, arrivò (precedendo, di poco, la morte della moglie) il primo colpo di quel male che lo avrebbe limitato, progressivamente, nella capacità di movimento, pur senza mai riuscire a fermarlo, a contenerne la voglia di “ricerca”, l’impegno intellettuale...
Ad inizio anni Novanta, appoggiandosi sul bastone, borsa a tracolla, occhiali appesi al collo, si buttò, anima e corpo, coinvolgendo vari cittadini, nel tentativo di rilanciare, da Presidente, la “Famiija Bovesana”, della quale era stato a lungo segretario, portando avanti varie iniziative culturali (per certo periodo una al mese), delle quali due sopravvivono: “La Vijò” di inizio anno e la “Spasgiada galupa” di settembre.
In quel tempo ci diceva: “Intendo usare le mie ultime forze per la Famija, è grazie a lei ed alla micologia che sono riuscire ad inserirmi, essere accettato, per quanto possibile, a Boves...”.
Nell’ultimo, lungo, ricovero ospedaliero (iniziato a novembre) non si è mai rassegnato, lottando sin in fondo, sempre lucido, come “antico guerriero”, sperando costantemente di guarire, tra riprese e ricadute, di “tornare a casa”, visto che “ho ancora molto da fare”...
Di reparto in reparto, di stanza in stanza, vicino a tavolini con pile di libri e giornali, tra aghi e mascherine per l’ossigeno, ha dettato i suoi ultimi pezzi ai figli (l’ultimo la mattina della morte, avvenuta nella tarda serata del 13 gennaio), vivo sin in fondo, come deve essere, come un Monsieur De La Palice che usava la penna e non la spada...
In queste settimane, “patriarca” di tempi andati, come prevedibile, gli si è stretta intorno la sua di “famija” (i figli Maurizio, Alberto, Laura ed Erika, la sorella Giuseppina, Giusy, i nipoti...), quella che, magari, qualche volta, aveva dovuto aspettarlo a casa, mentre si occupava di socialità cebana o bovesana, quella di cui andava fiero più che delle sue pubblicazioni...
È passato, con dolcezza, dalle ultime riflessioni storiche, ai sogni, al sonno senza risveglio.
Riposa, maestro Chiapasco. Ciao Giulio.













