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Farinél | 16 giugno 2024, 12:32

Farinél/ Caro Giampaolo, parlando di crisi della Ciriocrazia si dimentica chi le elezioni le ha vinte: Alberto Gatto

Nel suo editoriale l’ottimo Giampaolo Testa ha parlato di una crisi della Ciriocrazia sotto le torri, ma è lo stesso Cirio ad aver trascurato scientemente la sua Alba per sedurre il Piemonte e non viceversa. Parlando degli sconfitti sotto le torri si rischia di dimenticare chi ha fortemente voluto la vittoria e il segnale chiaro dell’elettorato albese che ha premiato l’unione del centrosinistra contro le divisioni del centrodestra

Alberto Gatto e Maurizio Marello - foto: Alberto Gatto

Alberto Gatto e Maurizio Marello - foto: Alberto Gatto

Da insider che vive ogni giorno, dal mattino alla sera la città di Alba posso dire che ci sia stato un momento ben preciso in cui ho capito che Alberto Gatto sarebbe diventato sindaco e non è alle 2.10 minuti e 10 secondi della notte tra lunedì e martedì 10 e 11 giugno, durante la maratona di Radio Alba. È successo nella serata di venerdì 7 giugno partecipando alle feste di fine campagna elettorale dei candidati sindaco Alberto Gatto e Carlo Bo.

Piazza Pertinace, pardon piazza San Giovanni, perché ad Alba nessuna piazza o via è conosciuta con il suo nome vero, un tempo la piazza povera della città, la porta alla malfamata via Macrino, era il cuore pulsante dei sostenitori di Alberto Gatto. Bastava guardarli, tutti con maglietta colorata con la grande G a campeggiare sul cuore. Erano centinaia, compatti, uniti. Pronti a esplodere quando sul palco sono saliti l’ex sindaco Maurizio Marello e il suo delfino Alberto Gatto. Un magma incandescente pronto a esplodere di gioia.

Dentro di me ho pensato: “Hanno già vinto”. L’immagine era all’altra piazza di Alba, piazza Risorgimento, pardon, piazza del Duomo, la piazza del potere politico e religioso, molto meno popolare tra gli albesi, molto meno colorata. Il sindaco uscente era stanco, Bolla e Boschiazzo avevano provato a ravvivare la piazza, ma il tono era dimesso quasi rassegnato. La sensazione è che tanti non vedessero l’ora di andare a fare l’aperitivo. Le uniche urla di giubilo che si sentivano erano quelle che filtravano attraverso i palazzi e che arrivavano da piazza San Giovanni.

Il capolavoro era compiuto, la comunione d’intendi dei sodali di Gatto, l’unione, la visione comune, contro le divisioni dei non troppo sodali di Bo. Poteva solo finire come è finita. Alberto Gatto ha vinto perché aveva già vinto venerdì 7 giugno. Ha vinto in quell’abbraccio con Maurizio Marello che, a differenza di cinque anni fa quando per Olindo Cervella si spese, ma non più di tanto, anzi pochissimo, questa volta ha calpestato ogni centimetro della città per convincere l’elettore albese che il giovane Alberto non era troppo giovane e che comunque non sarebbe stato lasciato solo.

Ecco, quando si analizza una partita di calcio si tende spesso a parlare dei demeriti di chi ha perso trascurando i meriti del vincitore. Questo è successo anche ad Alba e le colpe di chi ha perso sono molte e sono solo in parte ascrivibili a Carlo Bo, in minima parte, perché il buon Carlo ha cercato in ogni modo di tenere insieme i pezzi. Ha pagato il crac Egea e le mille spinte interne. Se ha una colpa è proprio questa, di aver cercato di tenere insieme un vaso irrimediabilmente rotto sprecando tempo e risorse.

I demeriti, quindi, ci sono, ma ci si dimentica che dall’altra parte c’è un ragazzo che ha passato cinque mesi ad ascoltare ognuno dei 31.400 albesi, pure i bambini che, se avessero potuto avrebbero votato in massa Alberto Gatto. Che è passato casa per casa, negozio per negozio, azienda per azienda volando in pochi mesi da un 35% di cui era accreditato, con il vento della politica contrario, fino al 51% delle urne. Sono convinto che, se si fosse votato due settimane dopo la forbice sarebbe stata ancora più ampia e che se si fosse arrivati al ballottaggio con un referendum tra Gatto e Bo, la popolazione avrebbe scelto compatta il felino della Moretta, come è stato soprannominato dall’irriverente pagina “Provincia di Alba”.

Veniamo alla “CIRIOCRAZIA”, termine geniale coniato dal sempre arguto Giampaolo Testa. Da albese mi sento di dire che non sia in crisi, sotto le torri, anzi. Gli albesi, da buoni democristiani quali sono, hanno votato al 60% Alberto Cirio, sopra la media regionale. Potendo scegliere o, meglio, potendo non scegliere, gli albesi hanno votato compatti Alberto Cirio presidente e Maurizio Marello consigliere.

Le considerazioni che emergono dal voto e che si ramificano fino a Torino sono altre, a mio parere. Alberto Cirio lo conosciamo. Partito da Sinio, da una Langa povera che non è né bassa, né alta, da una famiglia umile, come tante. Partito senza sponde, con il vento contrario di tanti notabili albesi che mal vedevano quel langhetto sceso in città. Ha dovuto remare il doppio, ha dovuto studiare il triplo e perfezionare la dialettica il quadruplo. Si può essere contro Alberto Cirio, ma nessuno può negare i meriti di un uomo che ha saputo arrivare alle stelle partendo dalle stalle, che ha vinto i cento metri partendo venti metri dietro tutti gli altri. Oggi è stato incoronato Re del Piemonte con oltre un milione di voti, mai nessuno come lui. Tornerà in Europa, sarà ministro, nessuno pare poterne arrestare l’ascesa.

La ciriocrazia, insomma, si è impadronita del Piemonte intero. Per riuscirci doveva, per forza di cose, trascurare la sua Alba che è la sua città, ma porta sempre e comunque poche migliaia di voti sui quattro milioni di elettori piemontesi. Meglio lasciare 10 minuti prima la città del tartufo dopo aver fatto colazione nel solito bar con gli amici di sempre e poi correre a prender voti a Torino, Novara o Biella e pazienza se rimane sul tavolo qualche preferenza albese.

Sono convinto che l’Alberto comunale abbia tolto qualche minuto di sonno all’Alberto regionale, ma non più di cinque, prima di potersi comunque consolare con un risultato storico e con una riconferma in pompa magna.

Nonostante questo, da albese, vorrei che Alberto Cirio avesse passato quei cinque minuti, a pensare comunque ad Alba e comunque a quella che può essere la sua colpa: quella di mai aver pensato a un Delfino. Un grande politico sa fare anche questo e Alberto Cirio, che piaccia o meno, è, oggettivamente, un grande politico, ma da solo non basta.

Questa è la colpa che gli albesi imputano a Cirio, di non volere nessuno che possa fargli ombra, foss’anche un piccolo ventaglio per ripararsi dal sole e cercare refrigerio. In questo il nemico-amico di sempre Maurizio Marello lo ha superato perché con Alberto Gatto ha saputo fare da chioccia e ora raccoglierà i frutti per anni, perché sono in molti a scommettere fin da ora che il “Felino della Moretta” saprà amministrare la città di Alba fino al 2034.

Marcello Pasquero

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