Templi dorati, tuk-tuk bloccati nel traffico, il profumo del pad thai che sale da una padella fumante. Bangkok conosce perfettamente l’immagine che il mondo si aspetta da lei e continua ad alimentarla. Non è una menzogna. È semplicemente una verità incompleta.
Per scoprire la parte che manca bisogna fare una cosa controcorrente: alzarsi quando le guide consigliano ancora di dormire. Alle 5.40 del mattino la capitale thailandese appartiene a un’altra città. Nei Soi, gli stretti vicoli che si diramano dalle grandi arterie, le serrande sono ancora abbassate e una donna sistema con gesti lenti una ghirlanda di gelsomini davanti a una piccola costruzione colorata. Poco più in là una pentola di brodo sobbolle. Il profumo del riso appena cotto si mescola a quello dello zenzero e dell’incenso. Il traffico non si è ancora espresso. Per qualche minuto Bangkok dimentica di essere una metropoli da undici milioni di abitanti per assomigliare a un grande quartiere. Poi, all’improvviso, si accende. Le auto invadono le strade, gli scooter riempiono ogni spazio possibile, i marciapiedi si affollano e la città indossa il volto che milioni di persone attraverseranno nelle ore successive. È proprio in quel momento che quasi tutti smettono di cercarla. Perché Bangkok non si nasconde nei suoi simboli. Si protegge nei dettagli. Basta solo abbassare lo sguardo.Davanti a molti edifici, dal grattacielo di una multinazionale alla più semplice abitazione affacciata su un canale, compare un piccolo simbolo alto poco più di un metro. E’ una “San Phra Phum”, la casa degli spiriti. Secondo la tradizione thailandese, quando si costruisce un nuovo edificio, gli spiriti che abitavano quel terreno devono ricevere una nuova dimora. Ogni mattina qualcuno vi lascia un’offerta: una collana di fiori, della frutta, bastoncini d’incenso, una bibita rossa o persino un pacchetto di sigarette. Un tassista, una volta, mi vide osservare una di quelle casette e sorrise. «Bisogna dare da mangiare allo spirito.» Non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno. Perché qui non importa, solo, quanto moderna diventi la quotidianità.
Lo stesso filo riaffiora lungo i Klong, i canali che per secoli hanno rappresentato le vere strade della città. Bangkok era chiamata la Venezia d’Oriente molto prima che l’asfalto prendesse il posto dell’acqua. Negli anni sessanta alcuni di quei canali vennero interrati per fare spazio alle automobili, come se il progresso dovesse necessariamente cancellare ciò che era venuto prima. Eppure l’acqua non ha mai smesso di ricordare alla città da dove proviene. Lo spostamento continua a parlare un proprio linguaggio. Le barche non hanno nulla di romantico: il motore ruggisce, gli schizzi obbligano i passeggeri ad alzare grandi teli di plastica e le fermate durano il tempo di un salto. Nessuno aspetta nessuno. O sali, oppure la barca è già ripartita. È un tragitto scomodo ma che affascina. Poi basta scendere a Ban Krua per accorgersi che la città possiede un talento raro: cambiare completamente volto nel giro di pochi passi. Qui vive ancora la comunità musulmana Cham, arrivata secoli fa da quella che oggi è la Cambogia. Dietro vecchie finestre di legno sopravvivono laboratori dove la seta viene ancora tessuta a mano. Il suono secco dei telai accompagna le giornate con la stessa regolarità con cui, poco più in là, scorrono i treni sopraelevati e si riempiono i centri commerciali. Due città convivono senza disturbarsi.
Quando il primo turista esce dall’albergo in cerca di un caffè, una parte della città ha già finito di esistere. Al mercato all’ingrosso di Khlong Toei la giornata comincia intorno alle tre del mattino. Camion carichi di pesce, frutta e verdura arrivano uno dopo l’altro. Il ghiaccio viene spalato a badilate, i prezzi rimbalzano da un capannone all’altro e centinaia di persone lavorano con una velocità che lascia poco spazio alle parole. Alle sei tutto è già finito. Qui si vive anche così, su due orologi che quasi non si incontrano mai. Per questo il consiglio migliore non è visitare un luogo in più, ma cambiare prospettiva. Fermate un moto-taxi e chiedete semplicemente:«Portami dove fai colazione tu». Probabilmente non vi condurrà davanti a un monumento. Vi farà sedere su uno sgabello di plastica, in un locale senza insegna, con una ciotola fumante di Iok, il tradizionale porridge. Le grandi metropoli hanno spesso lo stesso modo di proteggere la propria anima. Qui sono gli eccessi a distrarti. Il traffico, le luci, i colori, i monumenti, i quartieri hot. Mentre tu guardi tutto questo, lei, la città, mantiene la sua autenticità altrove.
Forse è questo il motivo per cui Bangkok può dividere il pubblico. C’è chi la considera travolgente e chi la trova respingente. Entrambi, probabilmente, hanno ragione. Ma entrambi rischiano di fermarsi troppo presto. Per capirla davvero, devi continuare a guardare dopo aver visto le prime tre cose.














