Dalla Filcams Cgil Cuneo riceviamo e pubblichiamo:
"Qualche settimana fa, congiuntamente alla UIL Asti Cuneo abbiamo tenuto una conferenza stampa per approfondire la questione dell’ingresso della Fondazione CRC nella compagine societaria che detiene la proprietà del quotidiano La Stampa e le ragioni che ci hanno spinto a presentare un esposto al MEF e all’ACRI.
Indirettamente le nostre critiche in merito all’attinenza dell’operazione rispetto allo scopo sociale della Fondazione CRC, all’evidenza di uno schiacciamento politico della Fondazione CRC sulle posizioni della locale Confindustria e alla perdita di una sostanziale autonomia ed equidistanza dell’ente, sono state confermate e in qualche modo rivendicate da quanto sostenuto dalla direttrice Giuliana Cirio nel corso di un editoriale che compare sull’ultimo numero della rivista trimestrale di Confindustria “MadeinCuneo”.
In sintesi viene spiegato che il mondo delle imprese cuneesi ha bisogno di un giornale che racconti il proprio operare e in tale contesto, nelle presumibili intenzioni dell’intervistata, il quotidiano torinese deve trasformarsi in una sorta di organo di stampa locale dedicato alla Confindustria Cuneo.
Se ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto dichiarato dalla dott.ssa Cirio, in particolare il suo evidenziare la convergenza di interessi tra Fondazione CRC e Confindustria Cuneo, ha aumentato i dubbi e le preoccupazioni sull’interpretazione del ruolo che una certa parte del potere politico ed economico cuneese vorrebbe assegnare alla Fondazione. Nel ragionamento sembra sfuggire che il dovere statutario della governance della Fondazione sia quello di rappresentare tutti gli stakeholder che hanno contribuito e contribuiscono alla crescita di valore del patrimonio economico, umano e sociale dell’ente.
Questa confusione di ruoli e di obiettivi che mina la percezione di autonomia e indipendenza della Fondazione, si è respirata anche nei caldi giorni estivi dell’affaire La Stampa quando per giustificare l’operazione, a tanti parsa incomprensibile sotto il profilo finanziario, economico e statutario, si è richiamata la difesa dell’occupazione delle lavoratrici e dei lavoratori del quotidiano torinese.
A scanso di equivoci, ribadiamo che la salvaguardia dei livelli occupazionali rappresenta in qualche modo l’unico aspetto positivo dell’operazione. Ora la tutela va estesa alle tante giornaliste e ai tanti giornalisti, anche cuneesi, che collaborano da anni con rapporti di lavoro precari e per i quali non è previsto alcun tipo di stabilizzazione.
Quali garanzie sono state richieste da Fondazione CRC e Confindustria Cuneo in merito al superamento della precarietà? Rapporti di lavoro instabili incidono sull’esercizio di una reale autonomia intellettuale delle giornaliste e dei giornalisti e di conseguenza sono una zavorra per l’esercizio di una vera libertà di stampa e di informazione.
Tornando alla difesa dell’occupazione e prendendo per buone le dichiarazioni del Presidente della Fondazione CRC e il conseguente allargamento sostanziale dello scopo sociale dell’ente a interventi di salvataggio dei posti di lavoro nelle crisi aziendali, ribadiamo che siamo pronti ad avviare immediatamente un tavolo di confronto per sottoporre alcuni casi che purtroppo si sono aperti sul territorio e che coinvolgono decine e decine di persone.
E vogliamo partire dal caso di una dipendente dell’impresa Rondaservice srl che lavora in appalto proprio per la Fondazione CRC.
A seguito di una riduzione complessiva delle ore previste nel contratto di appalto decisa dalla committente Fondazione CRC, l’azienda appaltatrice ha prospettato alla lavoratrice due sole possibilità: accettare una drastica riduzione del proprio orario contrattuale, passando dalle attuali 20 ore settimanali ad appena 8 ore, oppure accettare il trasferimento da Cuneo a Trofarello, con il riconoscimento di un contratto a tempo pieno.
La seconda possibilità è apparentemente una soluzione migliorativa. Nei fatti il trasferimento a Trofarello risulta difficilmente sostenibile: gli orari dei treni sono di fatto inconciliabili con i turni di lavoro proposti dall’azienda e renderebbero estremamente problematico, se non materialmente impossibile, raggiungere quotidianamente il posto di lavoro utilizzando il trasporto pubblico. A questo si aggiungono i costi e i tempi della trasferta, che ricadrebbero per intero sulla lavoratrice.
In gergo sindacale siamo di fronte a quel che si dice un licenziamento mascherato: formalmente il posto di lavoro viene mantenuto ma le condizioni prospettate rischiano concretamente di mettere la lavoratrice nell’impossibilità di proseguire il rapporto di lavoro spingendola di fatto verso le dimissioni.
Stando sempre in tema appalti, accade inoltre che la Fondazione CRC abbia in corso una fornitura con l’azienda Fidelity Control che applica alla maggior parte dei dipendenti, impiegati nel servizio, un contratto collettivo che non risulta sottoscritto dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale. E’ un contratto che prevede condizioni normative ed economiche sfavorevoli rispetto a quanto previsto dal CCNL di settore sottoscritto da CGIL CISL UIL.
In estrema sintesi, nel mondo appalti della committente Fondazione CRC abbiamo da un parte una lavoratrice costretta nei fatti a una non scelta e dall’altra un caso evidente di dumping contrattuale.
E allora ci chiediamo come facciano i vertici della Fondazione a fare grandi annunci sull’attenzione al territorio e sulla difesa dell’occupazione e poi a gestire in maniera così disinvolta i propri appalti senza avere cura della vite delle persone coinvolte.
In attesa di risposte coerenti agli annunci, noi continueremo ad agire gli strumenti contrattuali e legislativi previsti per tutelare le lavoratrici e i lavoratori interessati dalle vicende raccontate. Nel frattempo proseguiremo la raccolta di firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare (si può firmare anche on line) che intervenga sul tema degli appalti e ponga fine alle ripetute gestioni selvagge che, come raccontato, sono presenti anche nella nostra provincia e che scaricano sulle lavoratrici e sui lavoratori più deboli i costi sociali ed economici che le committenti non si vogliono assumere.
Chiudiamo reiterando pubblicamente l’invito alla Fondazione CRC a rivedere la propria decisione e a iniziare da casa propria ad assumere comportamenti socialmente responsabili e coerenti con gli annunci mediatici, Richiamare la difesa dell’occupazione è un esercizio poco dispendioso e facilmente spendibile tra l’opinione pubblica cuneese per giustificare certe operazioni.
Suona alquanto ipocrita rispetto al travaglio umano ed economico che dovrà affrontare la lavoratrice di Rondaservice srl e rispetto a alla gestione degli appalti da parte della Fondazione.
La responsabilità sociale d’impresa non è a geometria variabile e mal si concilia con gli opportunismi figli di un certo modo di intendere il potere e di fare politica."
CGIL Cuneo FILCAMS CGIL Cuneo














