La sera di sabato 10 settembre, nel salone dell’Amministrazione Provinciale, giornalisti italiani e francesi si riunirono per conoscere lo stato e le prospettive del traforo. Al centro dell’incontro vi erano il presidente della S.I.TRA.CI., dr. Giovanni Falco, e il progettista ing. Giorgio Dardanelli, ordinario del Politecnico di Torino. Dardanelli spiegò che, salvo imprevisti tecnici o ostacoli burocratici, gli scavi avrebbero potuto concludersi in quattro anni e il traforo diventare transitabile nei due sensi entro il 1970. Erano previsioni cariche di fiducia, espressione del desiderio di aprire finalmente un collegamento diretto con la Francia.
Il cantiere, intanto, aveva già iniziato a penetrare nella montagna. I 60 operai della ditta Marcora di Milano erano avanzati per oltre 60 metri; la ditta Bresciano di Monesiglio aveva completato la strada di accesso e il piazzale davanti all’imbocco, mentre la Arcom di Cherasco stava realizzando il ponte in ferro sul Gesso. La Marcora allestiva inoltre un moderno complesso di impianti: un minijumbo a due bracci, un treno bunker Salzgitter, una centrale di motocompressione e gruppi elettrogeni da 150 kW. L’ampliamento iniziale del cunicolo avrebbe protetto uomini e macchine da valanghe e slavine, consentendo di proseguire il lavoro anche durante l’inverno.
Falco sottolineò il valore strategico dell’opera: collegare rapidamente la Provence-Côte d’Azur alla pianura Padana e inserire il Piemonte nelle grandi correnti di traffico europee. Al termine della conferenza i giornalisti furono ricevuti nel palazzo municipale dal sindaco di Cuneo, Dotta-Rosso, che richiamò il significato del traforo nel più ampio progetto di un’Europa unita. Quella sera non si parlò soltanto di metri scavati e di macchinari, ma di una provincia intenzionata a guardare oltre il confine.
L’11 settembre: il fragore della prima volata ufficiale
La mattina seguente, domenica 11 settembre, l’attesa si trasferì ai Tetti Gaina, nell’alta Valle Gesso. Madame Blancard, in rappresentanza del sindaco di Nizza, e il dr. Falco azionarono un esploditore elettrico. Il boato della volata di mine ruppe il silenzio della valle e segnò l’inaugurazione ufficiale dei lavori al foro pilota del Ciriegia-Mercantour. Non era soltanto l’avvio di uno scavo: in quel fragore un’idea coltivata da anni sembrò diventare finalmente possibile.
La presenza istituzionale dava la misura dell’importanza attribuita all’evento. Per l’Italia parteciparono il sottosegretario al Turismo e allo Spettacolo on. Sarti, i senatori Cagnasso e Giraudo, gli onorevoli Badini-Confalonieri, Gasco e Giolitti, il viceprefetto di Cuneo dr. Palladino, il questore dr. Massagrande, l’amministratore delegato della Banca di Novara Sozzetti, il vicesindaco di Cuneo Vertamy, i sindaci della Valle Gesso, i rappresentanti degli enti azionisti della S.I.TRA.CI., i tecnici e i progettisti del traforo. Dalla Francia giunsero l’on. Pasquini, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, l’on. Jaquet, vicepresidente internazionale del Movimento Europeo, il sen. Catroux, i presidenti delle Camere di Commercio di Nizza e Tolone, Monnot e Gallard, e i sindaci della Valle Vésubie.
Falco volle essere presente nonostante fosse rimasto ferito la sera precedente in un incidente automobilistico, al ritorno da Limone. Nel suo saluto ribadì la volontà di sostenere l’opera con ogni energia. Mr. Monnot, rappresentante ufficiale della Francia, riconobbe la maggiore rapidità dell’iniziativa italiana e annunciò l’auspicio che, entro l’anno, anche sul versante francese potesse nascere una società di economia mista per il traforo del Mercantour, dando seguito all’intesa emersa nella riunione di Nizza del gennaio precedente.

L’ex ministro on. Jaquet definì il Ciriegia-Mercantour un «fattore di progresso» nei rapporti fra Italia e Francia e lo collocò nel cammino verso l’Europa unita. Mr. Pasquini insistette sul ruolo che la via del Mercantour avrebbe potuto assumere nelle comunicazioni europee: la corsa fra i due versanti doveva trasformarsi in un impegno comune. La voce del territorio fu affidata all’ing. Forneris, sindaco di Valdieri, che espresse le attese delle popolazioni della Valle Gesso, per le quali il traforo rappresentava una concreta promessa di sviluppo e di apertura. L’on. Giolitti richiamò gli accordi fra gli ex partigiani italiani e francesi di Saretto, unendo idealmente la fraternità nata nella lotta di Liberazione alle opere di pace e di progresso. Ricordò inoltre che il Piano di sviluppo economico, ormai prossimo alla discussione parlamentare, poneva al centro le comunicazioni internazionali e che il traforo del Ciriegia doveva rientrare fra le priorità. L’on. Sarti chiuse gli interventi intrecciando memoria e futuro: evocò la Resistenza, l’Europa unita, la fraternità italo-francese e le parole del comandante partigiano Ettore Rosa. Quella del Ciriegia era una nuova battaglia, combattuta non più con le armi, ma con i progetti e la volontà di aprire nuove vie. Nel medesimo orizzonte rientrava anche la ricostruzione della Cuneo-Nizza. La cerimonia si concluse con la benedizione dei lavori impartita dal parroco di Sant’Anna di Valdieri, don Agnese Bernardino. Fra il fragore delle mine, le parole ufficiali e la severa maestà della montagna, la Valle Gesso consegnò alla storia una delle giornate più cariche di attese del suo Novecento.
Sessant’anni dopo
Rileggere oggi quelle cronache significa tornare a un tempo in cui il traforo appariva vicino e possibile. La storia avrebbe poi rivelato tutta la complessità dell’impresa e la distanza fra le speranze annunciate e il suo compimento. Quel tunnel, purtroppo, non vide mai la luce: rimase incompiuto nel cuore della montagna, insieme alle attese e alle speranze di un’intera generazione. Ma ciò non riduce il valore di quelle due giornate. Il 10 settembre il progetto fu raccontato alla stampa con dati, programmi e ambizioni; l’11 settembre la montagna rispose con il boato della prima volata. Per un momento, parole e azione si unirono in un’unica promessa. A sessant’anni di distanza resta il ricordo di una valle che seppe alzare lo sguardo oltre le proprie montagne e immaginarsi parte di una rete europea di relazioni, commerci e amicizia. Celebrare quell’anniversario significa custodire la memoria degli operai, dei progettisti, degli amministratori e di tutti coloro che credettero in quel varco. Il tunnel non fu soltanto un’opera tecnica: fu il simbolo di un futuro desiderato, affidato alla roccia e al coraggio degli uomini. In quei due giorni del settembre 1966, la provincia di Cuneo e la Valle Gesso dimostrarono di possedere qualcosa che andava oltre un progetto e oltre una galleria: una visione di progresso, di apertura e di futuro. Per un breve, indimenticabile momento, fra le parole pronunciate a Cuneo e il fragore delle mine ai Tetti Gaina, quelle montagne non apparvero più come una barriera, ma come una porta pronta ad aprirsi sul domani.
La vita sarebbe passata di lì: persone, merci, storie, occasioni.
Sì, certo: ci sarebbe stato più cemento, più asfalto, più rombo di motori.
La montagna avrebbe sentito vibrare il suo ventre e la valle avrebbe perso un po’ del suo silenzio antico.
Il progresso chiede sempre qualcosa in cambio, non arriva mai leggero.
Ma allora mi chiedo: sarebbe stato davvero un male?
Perché il cemento, quando unisce, non è solo cemento.
L’asfalto, quando porta vita, non è solo asfalto.
E il rombo dei motori, quando apre strade nuove, non è solo rumore:
è movimento, è futuro, è possibilità.
Eppure, alla fine, tutto si è fermato.
Che quella stagione di coraggio e di visione sia dunque anche un monito per il nostro presente: il mondo corre, e corre veloce; il futuro non si ferma ad aspettarci. Chi si limita a difendere l’esistente è già fermo, mentre gli altri avanzano. I territori che progettano, investono e costruiscono collegamenti trasformano le distanze in opportunità; quelli che esitano diventano periferie. È tempo di liberarci dello «stiamo bene così» e soprattutto della frase più comoda e più pericolosa: «abbiamo sempre fatto così». Perché il futuro non premia chi resta immobile: semplicemente, lo supera. Ricordare il Ciriegia significa allora non soltanto guardare con rispetto al passato, ma ritrovare la volontà di scegliere, progettare e agire, affinché le nostre montagne tornino a essere non un confine che isola, ma un ponte aperto verso l’Europa e verso il futuro. Nel pomeriggio dell’11 settembre 2026 sarò davanti a quel cancello, là dove sessant’anni prima uomini, progetti e speranze si affacciarono sul cuore della montagna. Sarò davanti a un’opera che non riuscì a vedere la luce, ma la cui storia merita ancora di essere conosciuta, custodita e tramandata. Perché quanto nacque in quei giorni non cada nell’oblio, ma continui a parlarci e a ricordarci che un territorio senza memoria rischia di smarrire anche la strada del proprio futuro.
Simone Aime














