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Attualità | 25 aprile 2015, 12:35

25 aprile, Resistenza e guerra civile: La spina del Diavolo – El espinazo del Diablo

Un orfanotrofio nella spagna franchista, infestato da anime disperate in cerca di vendetta, di rivalsa di sopravvivenza: quello che può sembrare un film horror come tanti nasconde una "favola di guerra" perfetta per il 70° anniversario della Liberazione

25 aprile, Resistenza e guerra civile: La spina del Diavolo – El espinazo del Diablo

"La spina del Diavolo – El espinazo del Diablo" è un film del 2001 scritto e diretto da Guillermo Del Toro.

Siamo in Spagna, alla fine degli anni '30 e in una linea temporale quasi "parallela" alla nostra, in cui Storia e Fantastico si uniscono; gli ultimi giorni della guerra civile infuriano e il sangue scorre nelle fila dei nazionalisti e in quelle dei repubblicani. In un mondo afoso, povero e squallido, si muovono i diversi personaggi che popolano un orfanotrofio (i due direttori affiliati alla resistenza, il personale di servizio e il gruppo di bambini ospitati) e una presenza misteriosa, occulta, bramosa di giustizia. Su tutto, si spande l'ombra della gigantesca carcassa di una bomba inesplosa, che svetta al centro del cortile della struttura.

Il 25 aprile, anniversario della Liberazione, è una data fondamentale per la storia italiana: è la fine di uno dei nostri periodi più controversi, l'inizio dell'Italia che conosciamo e in cui viviamo. Come tutte le occasioni del genere, però, questa porta con sé non soltanto la felicità dell'essersi liberati da un giogo pesante e crudele, ma anche la responsabilità di non dimenticarlo mai, di impedire che altri dopo di noi si trovino a dover subire le stesse sofferenze e difficoltà.

Ecco che cosa fa, quindi, "El espinazo del Diablo": denuncia gli effetti dirompenti che la guerra (in questo caso quella civile contro il franchismo), ha sulle persone che si trovano a dover sopravvivere al suo interno, mascherando il tutto con una trama vicina alle tensioni dell'horror e del giallo soprannaturale.

Nel film non esistono personaggi privi di un lato oscuro, segreto, così come in tempo di guerra non esistono (in qualche caso per cause di forza maggiore) personaggi che da essa non ne vengano corrotti in qualche modo, che non vengano spinti a commettere azioni che in altri contesti sarebbero guardate con sospetto o addirittura disprezzo; nell'economia della narrazione, che esplode soltanto nel corso dell'ultima frazione, ad avere "ragione" è chi fa ciò che deve fare per proteggere le persone a cui tiene o per vendicare dei torti subiti ingiustamente.

A essere davvero disprezzato, equiparato più a una bestia rabbiosa che a un essere umano, è soltanto chi è ossessionato dal raggiungimento del guadagno e del potere personale: la follia distruttrice di individui come questi non si ferma davanti alla ragione o al sentimento, e deve scatenare la risposta (la resistenza, appunto) di chi invece ha deciso che, se proprio deve infliggere dolore, sia necessario farlo per qualcosa di più alto di qualche lingotto d'oro.

Il film traccia quindi un'allegoria dello scontro tra nazionalisti e repubblicani perfettamente realistica nelle sue dinamiche, che non lascia troppo spazio alla poetica e al buonismo.

Secondo Del Toro (che essendo messicano la guerra civile spagnola non l'ha certo vissuta in prima persona, ma alla quale è indissolubilmente legato come periodo storico), esistono probabilmente situazioni in cui gli esseri umani non possono esimersi dal fare del male a qualcuno, dal combattere. Il valore e il peso di ciascuno diventano allora dipendenti da ciò per cui si combatte.

A 70 anni dalla fine della nostra, di guerra civile, un film come questo non ha certo perso la propria utilità, come qualsiasi altra "storia di guerra". "El espinazo del Diablo" ci ricorda quanto dolore e morte possano deviare la mente e l'animo, urla con forza silenziosa, proprio come il "monolito" della bomba inerte attorno alla quale si svolgono i fatti, che la violenza è solo una parte di noi.

Un'energia, a volte Distruttrice e a volte Liberatrice, guidata proprio dalla nostra volontà.

simone giraudi

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