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Al Direttore | 03 luglio 2024, 12:57

Merito nella scuola, lo sfogo di una docente: "Dopo tanti sacrifici assegnata a una sede distante 150 km dalla mia residenza"

"E’ inconcepibile che uno Stato civile non prenda in considerazione le esigenze di docenti che ogni giorno fanno il loro dovere nella migliore maniera possibile, educando le generazioni a essere cittadini onesti, a impegnarsi e a credere nelle istituzioni"

Immagine di svklimkin da Pixabay

Immagine di svklimkin da Pixabay

Riceviamo e pubblichiamo.  

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Gentile direttore, 

mi chiamo Elisabetta. Sono vincitrice di concorso scuola primaria (decreto 498/2020). Concorso selettivo superato a pieni voti, con abilitazione all'insegnamento della lingua inglese. Concorso per il quale ho speso tempo, fatica, energia e soldi, tanti soldi. Visto che le sedi delle prove erano distanti e ho dovuto fermarmi in loco per poter sostenere le prove. Soldi per acquistare materiali, corsi, libri… per poter dare il meglio, con tutto l’impegno e la passione che da sempre animano il mio voler essere la migliore maestra possibile, aggiornata e informata, per i miei alunni. 

Reduce da problemi gravi di salute non ho mai mollato un attimo. Pur lavorando a scuola a tempo pieno studiavo fino a notte fonda o impostando la sveglia alle 4 del mattino. Ho dato il meglio che potevo e sono riuscita a raggiungere l’obiettivo del tanto atteso ruolo. 

Ho però scoperto, mio malgrado, che nonostante tutti gli sforzi e i sacrifici probabilmente la meritocrazia nel reclutamento dei docenti non viene contemplata. Poiché il numero dei posti messi a ruolo per l’a.s. 2023/24 sulla provincia di Cuneo era esiguo, sono stata costretta, con non poca paura, a inserire anche la provincia di Torino per la scelta della sede. Purtroppo i miei timori si sono rivelati fondati e il 24 luglio 2023 ho appreso di essere stata assegnata a una scuola primaria di Chivasso, in provincia di Torino. 

Tale scuola dista dal mio comune di residenza esattamente 150,8 km. Dopo un primo momento di forte sconforto decido di non perdermi d’animo e di non rinunciare al tanto desiderato quanto meritato ruolo e cerco delle soluzioni funzionali.

Avendo constatato che la distanza fosse troppa da compiere ogni giorno in auto e che questi viaggi avrebbero comportato l’usura del veicolo, il dispendio di soldi per il carburante e il rischio elevato di incidenti visto il clima sovente nebbioso e le strade ghiacciate… decido di affidarmi, ahimé, alle Ferrovie dello Stato. Scelta che si è rivelata sì più economica, ma assolutamente massacrante quanto fallimentare. 

Ogni giorno mi trovavo a dover prendere tre treni all’andata e altrettanti al ritorno (se tutto filava liscio). Vittima dei quotidiani, continui ritardi e delle cancellazioni. Ritardi che spesso mi facevano perdere le necessarie coincidenze tra treni. Condannandomi sovente a tardare il mio ingresso a scuola o il mio rientro a casa. 

Treni sporchi, fatiscenti, mal frequentati. Mendicanti aggressivi, persone arroganti, maleducate, sporche. Individui mentalmente instabili che facevano le peggio cose, finanche a masturbarsi a tarda ora nei vagoni semivuoti. Stazioni non sempre sicure, mal frequentate, isolate. Ho rischiato aggressioni nella strada dalla stazione all’auto (perché sovente, dovendo rientrare tardi, non c’era più il collegamento verso Roccavione e al mattino dovevo recarmi in stazione a Cuneo in auto...), spesso soggetti mezzi ubriachi o tossici o semplicemente pervertiti mi hanno seguita fino all’auto facendomi fare quel tratto di strada col cuore in gola e uno spray al peperoncino stretto tra le mani, che sapevo si sarebbe rivelato inutile se i malintenzionati fossero stati più di uno. 

Così nel tempo ho sviluppato paura fino a veri attacchi di panico. Di notte dormivo poco e male e la sveglia al mattino alle 5 suonava per ricordarmi che un'altra giornata all’insegna dell’agitazione stava cominciando.

Nel frattempo abbandonavo a se stessi i miei due figli adolescenti di 16 e 17 anni, che secondo il Ministero non hanno diritto a essere figli. Figli di serie B, di un Dio minore perché “colpevoli” di aver compiuto già 12 anni… . 

Sì, esattamente. Perché il Ministero con le sue leggi becere e insensate, e complici la maggior parte dei sindacati, mi hanno condannata a una vita così per altri due anni. Senza concedermi nemmeno l’assegnazione provvisoria interprovinciale, che è stata invece concessa a tutti coloro assunti dalla mia stessa graduatoria lo scorso anno. Un trattamento impari al quale non riesco a dare una spiegazione sensata. 

Io vorrei chiedere a questi luminari, a queste menti brillanti del MIM perché… , sì, perché non posso essere messa in una condizione lavorativa serena? Perché i miei figli non hanno diritto ad avere la presenza di una madre, visto che già loro padre, militare dell’Esercito Italiano, è già spesso via per lavoro?

Perché lo Stato dice di tenere al benessere dei sui cittadini e dei lavoratori e io, e molti altri colleghi, invece siamo stremati, fisicamente, mentalmente ed economicamente (perché purtroppo siamo in molti in questa situazione…). Perché ci chiedete in quanto genitori di essere vicini ai nostri figli, soprattutto nella difficile e delicata età dell’adolescenza e poi non ci permettete di farlo? Perché ci spingete a “sfasciare” le nostre famiglie? Perché io ho meno diritti di un’altra mamma? Il giorno che mi accadrà qualcosa di grave chi di voi dovrò venire a “ringraziare”? Sempre che possa ancora farlo… . 

Non è giusto. E’ inconcepibile che uno Stato civile non prenda in considerazione le esigenze di docenti che ogni giorno fanno il loro dovere nella migliore maniera possibile, educando le generazioni a essere cittadini onesti, a impegnarsi e a credere nelle istituzioni e poi queste stesse istituzioni, a noi docenti, ci hanno abbandonati? In nome di che cosa? Continuità didattica? 

Mi dispiace, signori miei, la continuità non la garantirete mai assumendo docenti così distanti dalla sede lavorativa. Io quest’anno ho lavorato in tutte le peggiori condizioni di salute, con ripetute cistiti dovute al forte stress e alle ore in cui dovevo trattenere i bisogni fisiologici per forza maggiore. Ma sicuramente negli anni a venire mi prenderò maggiormente cura della mia salute e quando sarò, ammalata resterò a casa. 

Perché tanto fare la “martire” non mi ha portato né ad avvicinarmi a casa e nemmeno altrove, solo vicina allo sconforto e ad una fragilità emotiva importante. Data soprattutto dal sentirmi abbandonata dallo Stato, dallo stesso Stato che io e la mia famiglia, mio marito e i miei figli, rispettiamo e onoriamo.

Con questo mio scritto vorrei sensibilizzare ognuno a riflettere su come ci stanno trattando e con quanta indifferenza continuano a trattarci come numeri e non come persone, nella speranza che qualcuno lì al Ministero, dalla coscienza più nobile, capisca quale grande errore si sta facendo ponendo vincoli e limitazioni a noi docenti.

Elisabetta

Al direttore

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