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Attualità | 01 maggio 2025, 08:08

Solenne festa a Bra il 30 aprile per san Giuseppe Benedetto Cottolengo

Monsignor Marco Prastaro ha presieduto la Messa in onore del «Gigante del bene», come lo definì Pio XI

In foto la celebrazione in onore del Cottolengo, a Bra

In foto la celebrazione in onore del Cottolengo, a Bra

Festa solenne a Bra in onore di san Giuseppe Benedetto Cottolengo. La celebrazione si è tenuta il 30 aprile, giorno della memoria liturgica in cui tutta la Piccola Casa della Divina Provvidenza presente nel mondo ha ricordato il Santo che papa Pio XI definì «Gigante del bene».

La Santa Messa è stata presieduta da monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti, nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, dove il 4 maggio 1786 venne battezzato proprio il piccolo Giuseppe Agostino Benedetto.

Hanno concelebrato molti sacerdoti del territorio braidese con in testa il parroco don Gilberto Garrone, davanti ad un’assemblea di fedeli che ha contato, tra gli altri, il sindaco di Bra, Gianni Fogliato, le suore cottolenghine e le Confraternite dei Battuti Bianchi e dei Battuti Neri.

Nell’omelia, monsignor Prastaro ha invitato a seguire l’esempio del Cottolengo, aprendo gli occhi per vedere chi è nel bisogno, nella povertà, nella sofferenza e lasciarsi spingere dall’amore di Gesù per avere gioia e consolazione.

«Empatia, compassione e indignazione - ha detto il vescovo di Asti - sono le tre coordinate della vita cristiana, perché non dobbiamo abituarci ai drammi dell’umanità, ma assumere l’atteggiamento del buon samaritano che si fa prossimo del fratello. L’amore chiama amore, è farsi dono per gli altri e vicinanza ai più poveri, come diceva il compianto e amato papa Francesco».

Aggiungendo: «Essere vicino ai bisognosi è stata proprio la missione di san Giuseppe Benedetto Cottolengo, dopo aver visto morire una donna incinta». Il riferimento del vescovo è all’ispirazione carismatica del Cottolengo avvenuta il 2 settembre 1827 e di cui ci si prepara a celebrare il bicentenario nel 2027.

Quel giorno a Torino egli fu chiamato al capezzale di Maria Gonnet, una donna francese in stato di gravidanza, affetta da tubercolosi, morente e rifiutata da tutti gli ospedali della città; davanti a tale situazione drammatica, il canonico Cottolengo ebbe l’intuizione di dar vita a quella grande realtà tuttora esistente, la Piccola Casa della Divina Provvidenza, che dopo due secoli continua a donare amore, cura, dedizione a chi più ne ha bisogno.

Infine, monsignor Prastaro ha esaltato la figura del Cottolengo attraverso citazioni che si riassumono nel motto: «Caritas Christi Urget Nos».

Un po’ di biografia

San Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore dell’opera da lui denominata Piccola Casa della Divina Provvidenza che, dopo la sua morte, è popolarmente detta Cottolengo, nasce il 3 maggio 1786 a Bra, in una famiglia medio borghese con salde radici cristiane, primogenito di 12 figli.

Fin da piccolo, grazie anche agli esempi della madre, sempre generosa verso i poveri e gli ammalati, pensava di dedicarsi alla cura degli infermi. Deciso a farsi sacerdote, cominciò gli studi con scarso rendimento, poi in seguito ad una novena a san Tommaso d’Aquino del quale sarebbe stato particolarmente devoto per tutta la vita, superò le difficoltà, ottenendo esiti brillanti.

Nel 1802 vestì l’abito talare, ma dovette continuare i corsi di filosofia e teologia, restando in famiglia, perché i seminari erano chiusi a causa degli eventi politici del tempo; poté rientrarvi soltanto nel 1805 ad Asti, alla cui Diocesi era stata assegnata Bra nel riordinamento deciso dal governo francese.

Ricevuta l’ordinazione l’8 giugno 1811, Giuseppe svolse inizialmente il suo ministero a Bra e quindi, come vice parroco, a Corneliano d’Alba; poi, consigliato da alcuni sacerdoti amici, si recò a Torino dove conseguì la laurea in teologia e nel 1818 fu nominato canonico della chiesa del Corpus Domini, eretta a ricordo del miracolo eucaristico del 1453. Qui si dedicò con zelo alla predicazione e alle confessioni, nonché all’aiuto dei poveri per i quali, oltre a ricorrere alla carità di persone generose, si privava di quanto possedeva, stimolato in questo dalla meditazione sulla vita di san Vincenzo de’ Paoli.

Il Cottolengo e l’accoglienza dei primi infermi

Essere vicino ai malati bisognosi: questa la missione di san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Una missione che il sacerdote braidese visse partendo dall’idea della casa, che vuol dire prima di tutto famiglia, accoglienza. Ci si sente a casa quando si è avvolti dall’amore dei genitori o dei parenti. Perché quando si parla di “casa” non si indica solamente un luogo, bensì un’idea d’amore. E proprio in una semplice casa inizierà una delle avventure più affascinanti della Chiesa: la Piccola Casa della Divina Provvidenza di san Giuseppe Benedetto Cottolengo.

Siamo in Piemonte, agli inizi del XIX secolo. Terra d’industria e di fermenti economici, quella sabauda, ma allo stesso tempo colma di contraddizioni sotto diversi aspetti: l’Ottocento, infatti, con i suoi progressi industriali e con la sua nuova concezione del lavoro sta provocando non pochi disagi sociali. Sono questi i giorni di innumerevoli agitazioni tra le classi sociali e la crisi non può che ripercuotersi sul piano economico. In quest’epoca di grande povertà nelle campagne, Torino diviene meta prediletta per molte persone in cerca di vita migliore. È questa l’epoca di don Bosco, di Leonardo Murialdo e Giuseppe Cafasso, sacerdoti che intendono contribuire, con la loro opera, a un risanamento della società, dando concretezza alle mirabili pagine della dottrina sociale della Chiesa.

In questo contesto storico si muove san Giuseppe Benedetto Cottolengo che passerà alla storia come il fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Era il 17 gennaio 1828 quando a Torino, in un appartamento sito in via Palazzo di Città, nel caseggiato comunemente denominato Volta rossa, il Cottolengo dava inizio ad un’attività sociale destinata a soccorrere persone ammalate che si trovavano in gravi difficoltà economiche. Ma prima di arrivare alla costituzione di questa realtà, il sacerdote dovrà passare per una dura prova.

Il Cottolengo e la grazia ricevuta

Correva il 2 settembre 1827 quando (aveva 41 anni all’epoca) avviene un episodio che gli sconvolge l’esistenza. Quel giorno di settembre era stato chiamato al capezzale di una donna francese, tale Giovanna Maria Gonnet, che si era recata con la propria famiglia nel capoluogo piemontese. La donna stava portando avanti la gravidanza del suo quarto figlio. Malata e febbricitante, perché affetta da tubercolosi, si era recata all’Ospedale Maggiore per chiedere di essere ricoverata. Qui la rifiutano e la mandano all’Ospizio della Maternità. Anche in questo caso, altro rifiuto. Purtroppo, per la donna ormai tutto è perduto. Il marito allora cerca disperatamente un sacerdote, affinché possa impartirle l’estrema unzione. Al suo letto di morte, accorre proprio il Cottolengo che assiste alla morte della donna e della nascitura.

Il futuro Santo, davanti ad una simile scena, rimane senza respiro; corre verso la vicina chiesa del Corpus Domini (della quale, dal 1818, era canonico) e davanti a un quadro della Madonna delle Grazie esclama: «Mio Dio, perché? Perché mi hai voluto testimone? Cosa vuoi da me? Bisogna fare qualcosa». Ad un certo punto il suo volto s’illumina: «La grazia è fatta! La grazia è fatta: sia benedetta la Santa Madonna». Il sacerdote braidese aveva compreso, per ispirazione, la missione che lo attendeva: essere vicino ai malati bisognosi; fondare la Piccola Casa della Divina Provvidenza che al suo sorgere avrà come nome quello di Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini.

Le case della Provvidenza

Dopo quell’esperienza, affitta due piccole stanze di un appartamento sito nel palazzo di fronte alla chiesa; due piccole camerette, ma già colme d’amore. Fra queste mura saranno, infatti, accolti subito tutti quei malati che venivano rifiutati dagli ospedali: orfani, sordomuti, invalidi, persone con gravi problemi fisici e psichici. Le camere, poi, grazie anche alla beneficenza di una giovane vedova, tale Maria Nasi Pullini, diventeranno in breve tempo nove. Ad affiancare per i primi tempi il Cottolengo ci sarà un gruppo di giovani ragazze disposte a servire i bisognosi: molte di queste diventeranno poi suore vincenziane.

Ma l’opera del Cottolengo dovrà superare una prova non facile: era scoppiata in Piemonte un’epidemia di colera e gli abitanti torinesi vicini al Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini temevano per la propria salute: bisognava andare via dal centro del capoluogo piemontese. Quella che poteva sembrare una sventura si rivelerà invece una vera e propria grazia: l’ospedale fu trasferito in periferia, nella zona di Valdocco. Sabato 27 aprile 1832, il sacerdote trasportava, su un piccolo carro trainato da un asino, un giovane colpito da cancrena: sarà lui il primo ospite di quella che diventerà la Piccola Casa della Divina Provvidenza; anche questa volta si tratta di una casa, proprietà dei fratelli Farinelli.

Il Cottolengo e la Divina Provvidenza

Pian piano l’opera del Cottolengo prende sempre più corpo fino ad arrivare al 7 agosto 1837 quando miracolosamente acquisterà la casa, una cappella e l’ospedale adiacente fatto costruire dagli stessi Farinelli. L’iniziale struttura dove prima si appoggiava il Cottolengo non bastava a contenere tutti i malati e, dunque, quella che era la Piccola Casa diventerà una grande casa. Ma come è stato possibile tutto ciò? Il Cottolengo non disponeva di denaro adeguato per dare vita a un’impresa che ancora oggi continua il suo servizio agli ammalati. La risposta è una sola e la offre il sacerdote stesso: «La Provvidenza Divina pensa, dirige, provvede a tutto; io sono un semplice operaio». E proprio per la Provvidenza passerà l’immensa e importante opera del Cottolengo: «Nella sola Divina Provvidenza confidar deve l’uomo, sicuro che questa nel governo universale del mondo non manca, né mancherà mai; in questa si deve sperare, su di questa come su di sodo e immobile fondamento si deve poggiare, a questa pienamente affidarsi, e su di essa gettare ogni pensiero, desiderio e speranza», così spiegherà in uno dei suoi discorsi.

Le cronache parlano di veri e propri miracoli verificatisi più volte in circostanze particolarmente critiche, davanti alle quali il Santo, favorito da carismi soprannaturali, reagiva incoraggiando così i suoi collaboratori: «Non disperate perché la Provvidenza arriva, arriva, statene certi». E a un medico che per primo lo aveva aiutato, disse: «Si ricordi che i poveri sono e saranno quelli che le apriranno le porte del Paradiso: quindi carità, sempre carità e sempre carità».

Non è un caso, allora, che proprio alla porta era affissa una targa con su scritto il motto Charitas Christi urget nos. Sarà proprio la forza in Cristo - ricorda molto il motto paolino «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13) - che riuscirà a dare forza alla Piccola Casa: un luogo d’amore in cui ogni malato non rappresentava solamente una persona, bensì il Cristo sofferente sulla Croce. Il Santo braidese riuscirà ad organizzare la vita degli ospiti malati e dei loro assistenti in un modo del tutto originale, innovativo. Alla base di tutto vi era, infatti, il concetto di famiglia, affinché tutti potessero sentirsi “utili” agli altri: malati e sani in un fraterno e reciproco aiuto. Perché “casa” vuol dire prima di tutto famiglia, accoglienza.

Il riconoscimento ufficiale del re Carlo Alberto

Re Carlo Alberto nel 1833 concesse il riconoscimento legale alla “Piccola Casa” e nello stesso anno nominò il canonico Cottolengo cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro. Più tardi al Santo fu conferita la medaglia d’oro della società Motnyon e Franklin, che allora aveva un valore simile ai premi Nobel odierni. Anche Camillo Cavour ne aveva grande stima: «È un uomo semplice - diceva di lui -, ha fondato un’opera mirabile sostenuta da un sol uomo che altro non possiede al mondo che gli inesauribili tesori di un’immensa carità. Egli confida nella Provvidenza e questa non gli manca mai… un uomo prodigioso».

Poiché il Santo mirava anche alla cura spirituale dei malati, nacquero i Preti della SS.ma Trinità, i Fratelli di San Vincenzo per l’assistenza agli uomini, il piccolo seminario dei Tommasini (aspiranti al sacerdozio) e diverse comunità femminili (le suore della Divina Pastora, le Carmelitane Scalze, le Suore del Suffragio, le Penitenti di S. Taide e le Suore della Pietà), unificate oggi in una grande famiglia di religiose, divisa in vari rami con determinate finalità. Nella vita della “Piccola Casa” un posto centrale avevano i sacramenti e la preghiera: «Non lasciate mai - ripeteva a tutti sovente - a qualunque costo la comunione quotidiana! Ciò che tiene in piedi la Piccola Casa sono le preghiere e la comunione».

La canonizzazione

Nel febbraio 1842, prevedendo la sua prossima fine, il Santo regolò gli affari più urgenti, visitò le case che aveva fondato chiedendo a tutti: «Pregate per me, che sono alla fine dei miei giorni». Il 21 aprile affidò al canonico Luigi Anglesio la direzione delle sue opere e si ritirò in casa del fratello canonico della collegiata di Chieri, dove morì il 30 aprile. Carlo Alberto, nell’apprendere la notizia, esclamò: «Ho perduto un grande amico».

Beatificato da papa Benedetto XV nel 1917, Giuseppe Benedetto Cottolengo fu canonizzato il 19 marzo 1934 da Pio XI, che lo definì «Un gigante del bene». 

Silvia Gullino

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