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Farinél | 19 luglio 2026, 10:21

FARINÉL / Nel tifo da stadio intorno al caso Roggero, fiero di essere una mosca bianca

Nel 2026 siamo ancora alle lotte tra Guelfi e Ghibellini, persino la sentenza su un duplice omicidio diventa uno scontro tra Ultras senza esclusione di colpi, senza rispetto alcuno per la giustizia e le istituzioni

FARINÉL / Nel tifo da stadio intorno al caso Roggero, fiero di essere una mosca bianca

Sarà che non ho alcun interesse, a differenza di molti, troppi, intervenuti in questi giorni parlando, il più delle volte a sproposito del caso del gioielliere Roggero, ma io ancora una volta non riesco a vedere questa triste storia in modo preciso. Non riesco a lasciare da parte il buon senso, non riesco a lanciare slogan facili.

Ho sperato fino all’ultimo in una sentenza più mite che permettesse al gioielliere di evitare il carcere, e continuo a pensare che non ci dovrebbe essere alcun risarcimento economico per le vittime, su questo concordo con i più.

Detto questo, però, c’è una linea che uno Stato di diritto non può permettersi di cancellare con un colpo di spugna, magari sull’onda dell’emozione o della rabbia. Una rapina è una violenza odiosa, un’aggressione che lascia ferite anche quando non lascia sangue. Chi entra in un negozio, minaccia una famiglia, terrorizza una moglie e una figlia, merita una risposta dura, certa, senza sconti. Ma quando quella rapina è finita, quando chi ha aggredito scappa e viene inseguito fuori dal negozio, la difesa non può trasformarsi in esecuzione.

Questo, almeno per me, è il punto che molti fingono di non vedere. Si può provare umana comprensione per Roggero, si può immaginare il terrore accumulato in anni di furti e rapine, si può ritenere eccessiva una pena di quasi quindici anni per un uomo di settantadue anni ed eccessiva lo è. Io lo penso. Ma non si può accettare il principio per cui, una volta subita una rapina, il derubato possa diventare giudice, giuria e boia.

Non si può tollerare che delle persone vengano inseguite e giustiziate davanti a una gioielleria. Perché se passa questo principio, non siamo più nel campo della legittima difesa: siamo nel Far West, e il Far West non è giustizia, è solo la resa dello Stato.

La delusione più grande, in questi giorni, non arriva però soltanto dalla sentenza, né dalla durezza di una vicenda che non può lasciare indifferenti. Arriva dal teatrino indecoroso che si è acceso intorno a Roggero. Una parte della politica non ha perso l’occasione per salire sul carro funebre, trasformando una tragedia in comizio, un processo in manifesto, una vita rovinata in un santino elettorale.

Tra l’altro a cinque anni dai fatti, quando ormai la sentenza è definitiva e confermata in tre gradi di giudizio.

Si è parlato di eroe, di martire, di vittima dello Stato, come se due morti e un ferito fossero dettagli fastidiosi da spazzare sotto il tappeto pur di raccattare applausi.

E qui, purtroppo, anche Roggero si è dimostrato il peggior nemico di sé stesso. Invece di affidarsi al silenzio, alla misura, alla dignità di chi sa di aver vissuto qualcosa di enorme e irreparabile, ha finito spesso per prestarsi a quella narrazione muscolare che gli ha fatto più male che bene. Ha dato volto e voce a chi non cercava giustizia, ma un simbolo da sventolare. E quando una persona diventa bandiera, smette quasi sempre di essere guardata per ciò che è: un uomo, con le sue paure, le sue colpe, le sue contraddizioni, sì, ma prima di tutto un uomo che merita vicinanza e comprensione.

La politica seria avrebbe dovuto fare altro: discutere di sicurezza, di tempi della giustizia, di commercianti lasciati soli, di pene per chi rapina e terrorizza, di prevenzione, di tutela delle vittime. Invece ha preferito l’urlo, il post, la frase da bar elevata a programma. Ha preferito usare Roggero invece di aiutarlo, usare i rapinatori morti e quello ferito, colpevole di aver ricevuto una pena troppo lieve, invece di interrogarsi, usare la rabbia della gente invece di governarla. Questo non è coraggio: è sciacallaggio. E lo sciacallaggio resta tale anche quando indossa la giacca buona e finge di parlare in nome del popolo.

Io resto una mosca bianca e fiero di esserlo. Non riesco a gioire per la condanna di un gioielliere anziano che ha visto la paura entrare nel suo negozio e nella sua famiglia, anzi ne soffro e immagino come Roggero avrà potuto vivere le prime notti in carcere. Non riesco però nemmeno a chiamare giustizia il colpo sparato a chi fugge. Avrei voluto una pena più mite, sì. Avrei voluto più umanità, sì, ma anche da parte di Roggero che mai si è pentito, che davanti a milioni di persone, in tv, ha detto che rifarebbe quello che ha fatto. Ribadisco, Roggero è il peggior nemico di sé stesso.

In questa storia perdono tutti, non ci sono vincitori, avrei voluto anche meno tifoseria, meno propaganda, meno gente pronta a trasformare una tragedia in carburante elettorale. Perché il buon senso, qualche volta, sta proprio nel rifiutare le curve dello stadio e restare in mezzo al campo, dove si vedono meglio sia le ferite sia i confini che non possiamo permetterci di oltrepassare.

Questo paese ha perso ancora una volta una grande occasione per crescere.

Marcello Pasquero

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