Ci sono luoghi dove la poesia non arriva come ornamento, ma come necessità. Roddi è uno di questi. Lo capisci quando, in un pomeriggio di fine agosto, le parole pronunciate da bambini, ragazzi, adulti, insegnanti e famiglie smettono di essere semplici versi e diventano una piccola forma di resistenza. Resistenza alla fretta, alla superficialità, al rumore continuo che ci fa credere di avere molto da dire e, spesso, pochissimo da ascoltare.
Il Premio Roddi di poesia non è soltanto un concorso. È una fedeltà. Nato nella primavera del 1996 quasi per caso, cresciuto anno dopo anno fino a diventare un appuntamento riconosciuto delle Langhe, si presenta oggi come una comunità di voci. La partecipazione gratuita, le sezioni in lingua italiana, piemontese e nelle lingue minoritarie del Piemonte, l’attenzione riservata ai bambini, ai ragazzi e alle opere collettive scolastiche raccontano una scelta precisa: mettere la parola poetica a disposizione di tutti, senza soglie, senza timori reverenziali, senza chiedere alla poesia di essere utile prima ancora di essere vera.
Quest’anno, poi, la cerimonia del 30 agosto cade in una settimana che per queste colline non è mai una settimana qualunque. Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese moriva a Torino, lasciando dietro di sé una ferita che la letteratura italiana non ha mai smesso di interrogare. Era nato a Santo Stefano Belbo, ma dire questo è poco: Pavese apparteneva alle Langhe come certi sentieri appartengono alla memoria, come certe vigne appartengono allo sguardo anche quando non le attraversiamo più. Le Langhe, per lui, non furono cartolina. Furono destino, infanzia, ritorno, rimorso, mito.
E allora non è forzato, ma naturale, mettere accanto Roddi e Pavese. Da una parte un premio che chiede ai giovani di dare forma alle proprie emozioni; dall’altra uno scrittore che ha fatto della solitudine, della terra, dell’attesa e del dolore una lingua universale. In mezzo ci sono le Langhe, che non sono soltanto un paesaggio da fotografare, ma un alfabeto morale: colline che insegnano la pazienza, paesi che custodiscono silenzi, strade che sembrano sempre portare altrove e invece riportano dentro sé stessi.
I numeri, quando sono veri, non raffreddano l’emozione: la rendono più concreta. Il Premio Roddi ha sezioni dedicate ai giovani dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado, oltre ai premi speciali per le opere collettive delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. L’edizione 2026 ha raccolto quasi 800 poesie da tutta Italia, un dato che dice più di molte dichiarazioni: la poesia non è un oggetto fragile da museo, ma un gesto ancora vivo, capace di chiamare ragazzi e ragazze a scrivere, esporsi, scegliere parole proprie. E se Pavese continua a entrare nelle scuole, nei percorsi di lettura, nei viaggi letterari a Santo Stefano Belbo, significa che il suo nome non è rimasto chiuso in una lapide: continua a far scaturire domande.
Forse è proprio questo l’amore dei giovani per Pavese: non un amore facile, non un applauso automatico, non la venerazione scolastica che dura il tempo di un’interrogazione. È un amore più inquieto e più serio. Nasce quando un ragazzo legge “La luna e i falò” e capisce che tornare non significa sempre ritrovare; quando incontra “Lavorare stanca” e scopre che la fatica non è soltanto fisica; quando avverte che dietro le frasi essenziali di Pavese c’è una domanda che riguarda tutti: che cosa ce ne facciamo delle nostre radici, se non impariamo a trasformarle in responsabilità?
In un tempo in cui si misura tutto con la velocità, vedere un concorso gratuito che continua a invitare i più piccoli e i più giovani a scrivere poesie è una notizia quasi controcorrente. Significa dire loro: la vostra interiorità conta. Le vostre paure meritano una forma. Le vostre speranze non sono ingenue se trovano una parola esatta. Roddi, in questo senso, non premia soltanto testi: premia il coraggio di fermarsi, di ascoltare, di credere che la lingua possa ancora salvare qualcosa dell’esperienza umana.
Pavese scrisse di paesi, falò, colline e partenze. Ma in fondo scrisse soprattutto del bisogno di appartenere a qualcosa senza esserne prigionieri. È la stessa tensione che attraversa ogni poesia autentica: il desiderio di dire “io” senza dimenticare il “noi”. Per questo, nel cortile di Roddi, ogni voce giovane che si alza non è soltanto una promessa letteraria. È un segno civile. È la prova che le Langhe non sono soltanto memoria da celebrare, ma futuro da educare.















