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Che tempo fa

| 25 giugno 2010, 13:40

Tacete, il nemico è in ascolto. O se proprio parlate, non fate come il ragionier Ugo Fantozzi

Basta insistere con la legge sulle intercettazioni. Modifichiamo la frase la 'Legge è uguale per tutti' aggiungendoci in coda 'tranne che per tre o quattro persone'.

Tacete, il nemico è in ascolto. O se proprio parlate, non fate come il ragionier Ugo Fantozzi

Se i dati forniti da Silvio Berlusconi sono veri, ho buonissime possibilità di essere tra gli intercettati. Il premier dice che gli ‘ascoltati’ in Italia sono sette milioni e mezzo, la magistratura 130 mila. Sembra un po’ la storia della manifestazioni a Roma: un milione per gli organizzatori, 150 mila per la Questura. Qui c’è il rischio che a forza di numeri qualcuno finisca con il darli, i numeri. Dunque: pur contando pochissimo e non avendo ruoli pubblici, se per qualche ragione sono finito tra i sette milioni e passa di connazionali intercettati, in questo ultimo mese ho messo nei guai più di una persona. Ho ripercorso mentalmente le telefonate dell’ultimo periodo dove, peraltro, ogni volta che parlavo mi pareva di sentire uno strano brusio… Suggestioni postume? Ho telefonato a mia madre, a mia moglie e ai miei figli, alle mie sorelle, a qualche amico, a un paio di politici e amministratori locali, a un paio di politici di stanza nei Palazzi della Roma del potere. Insomma: nulla di che. 

Mi ricordo di aver detto un giorno a mia madre che nel pomeriggio le avrei portato la ‘roba’. Termine fortemente sospetto ‘la roba’:fortunatamente l’età di mia madre mi dovrebbe mettere al riparo da ogni malevola interpretazione. Ad un amico che ha un’attività in proprio ricordo di aver detto: “È passato da te Claudio con il nero?” Risposta: “No, non ho visto nessuno, spero passi prima che io vada a Montecarlo”. Spero di non dover spiegare un giorno che ‘il nero’ in questione non era riferito ad una somma da sottrarre alle tasse e da nascondere nel Principato, ma da attribuire al nostro comune e fraterno amico Abiodun Amuneke originario della Nigeria, che io chiamo ‘il nero’ mentre lui mi chiama ‘il bianco’ ed ogni tanto di noi diciamo che siamo come il whisky Black & White. Mi crederanno?

Ricordo poi di aver consigliavo ad un politico locale di fare come gli altri e di farsi un po’ furbo. Ripensare oggi alla sua risposta e alla possibilità che la nostra chiacchierata sia finita in qualche nastro mi mette in apprensione. Mi rispose il politico: “Guarda, sono giovane ma non ho proprio più nulla da imparare, quando sei nel giro è difficile che non ti arrivi il pacco, ma io so come fare per non farmi beccare”. Mannaggia: ci crederanno se un giorno davanti ad un integerrimo funzionario giureremo entrambi che il pacco di cui abbiamo parlato altro non era che la coltellata fraterna che ti rifilano i compagni di viaggio e non invece il pacco di banconote? 

Al politico di stanza a Roma, da un po’ di tempo in prima pagina per vicende politiche nazionali, ricordo che dopo un lungo discorso mi raccontò di un appuntamento a Milano al quale era stato invitato per motivi legati alla sua attività di uomo di partito rappresentante di una corrente minoritaria dello stesso. Mi disse: “Porto con me un po’ di roba perché conto di fermarmi un paio di giorni e non mi fido del clima di Milano. So che mi aspetta un dura battaglia, ma sono oltremodo attrezzato. Sotto la Madunina ne vedrò delle belle e il divertimento è assicurato”. È chiaro che la roba non è la polverina bianca e che le belle non sono escort, ma tant’è. Se ci saranno problemi nell’accettare la nostra veritiera versione, potrei sempre appellarmi ad un precedente illustre: Vittorio Mangano, il boss mafioso di Porta Nuova a Palermo, ex stalliere di Arcore, ormai passato a miglior vita, il quale al telefono diceva al suo interlocutore di dover “portare dei cavalli in albergo”. Se hanno creduto a lui… 

Spero che i lettori del 'Venerdì' mi perdonino questa lunga digressione iniziale, l’aver scritto usando la prima persona e il tenore delle frasi; spero mi perdonino l’abbandono delle tematiche della nostra provincia. Mi scuso se ho trasformato in farsa la tragedia, ma non ne potevo proprio più. Sono mesi ormai che in Italia non si parla d’altro; siamo al limite dell’overdose. Intercettazioni, ascolti, privacy violata, panni sporchi buttati in pasto ai guardoni che leggono i giornali, gusti sessuali e massaggi alla cervicale come se si trattasse della preferenza tra il gelato panna e crema invece di quello fragola e limone. Suvvia! E poi una domanda: ma sono davvero così stupidi i politici, gli imprenditori, i manager e magari anche qualche lestofante da raccontare le cose più proibite al cellulare? Già fatichiamo a fidarci di una classe dirigente – non più in verdissima età – che racconta di favolosi incontri e prestazioni no limits nelle alcove del potere, ma se gli stessi dopo aver deliziato l’orecchio del brigadiere in ascolto si fanno pure la spia da soli siamo proprio mal messi. Sono tutti come Fantozzi che davanti al direttore diceva di sé di essere un pelandrone e un lavativo per poi accorgersi che si era fatto la spia da solo? 

L’ho buttata sul ridere, anche se la questione mi fa poco ridere. Pensare che nella lotta tra guardie e ladri chi fa le leggi preferisca stare dalla parte dei secondi mi mette di cattivo umore. Non sono un guardone dei giornali, né mi interessano i gusti sessuali di principi, starlette, ballerine e onorevoli. Non mi importa di sapere che al telefono un ministro dice della collega che nell’alcova 'è un portento', ma il non sapere che il tale ruba o che riceve pacchi di denaro racchiusi in scatole di scarpe ,questo si. Questo mi importa trovarlo sui giornali e sentirlo raccontare alla televisione. Sono mesi, dicevamo, che il Parlamento si arrovella per trovare la quadra. La legge sulle intercettazioni sta diventando più complessa del più complesso sistema matematico per realizzare il vecchio ‘13’ al totocalcio. Non c’è crisi o manovra che tenga. Accendi la Tv o leggi i giornali e l’argomento è sempre quello:  la legge sulle intercettazioni e del suo testo che ormai è in dirittura d'arrivo da… mesi. Il premier ci assicura che con la legge “il Paese diventerà più civile, moderno ed europeo”. Ne dubito. 

La modernità e la civiltà di una nazione la si ottiene combattendo ad alzo zero la criminalità organizzata liberando interi territori dalla cappa mafiosa – e qui il Governo si muove -, ma la si ottiene anche non lasciando respiro ai lestofanti della politica e al sottobosco della politica così come andrebbero messi all’indice e per sempre chi si ingrassa a scapito dei poveracci, elargisce prebende a migliaia di persone per scopi personali scaricandone i costi a carico delle Finanze dello Stato, o chi porta buste di soldi ai potenti compiacenti per mettere sabbia al posto del cemento. La modernità e la civiltà di una Nazione nulla hanno a che fare con il bavaglio alla stampa né con la mordacchia alla Magistratura. Tutte le storture che ci sono state, e ce ne sono state parecchie, vanno eliminate così come la Magistratura non può essere innalzata al ruolo di santo Graal o dei guardiani della rivoluzione e prendere per oro colato ogni suo anelito. 

Sarebbe troppo semplice e non servirebbero leggi particolari se davvero la Legge fosse uguale per tutti. Questo però avrebbe del miracoloso. Per uscire dall’impasse faccio una proposta:  modifichiamo l’articolo che dice: 'La legge è uguale per tutti', e rendiamolo 'moderno ed europeo' aggiungendoci la frase 'tranne che per tre o quattro persone' che vogliono che la legge sia uguale per tutti gli altri, ma non per sé stessi. Una volta fatta questa piccola modifica, ritorneremo a parlare d’altro e chi se ne frega se il grande orecchio sarà in ascolto.

Chiudo questo 'Venerdì' con lo spirito con il quale l’ho iniziato. A me non importa nulla di finire intercettato. Nessuno mi propone pacchi di banconote come gentile omaggio, non faccio uso di droghe, nessuna fanciulla mi chiami ‘papy’, non rubo né faccio la cresta sui lavori pubblici. Non posso nemmeno millantare lo straccio di un’amante né i servigi di una massaggiatrice brasiliana per il mio (vero) mal di schiena. Sarà per questo che scrivo editoriali per un quotidiano provinciale e non per il Corriere della Sera? 

gianpiero.ferrigno@targatocn.it 

Gianpiero Ferrigno

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