Gentile Direttore,
il 14 aprile si è svolto un incontro tra i ragazzi del gruppo informale Cuneo Città Aperta e la classe del serale d’indirizzo socio sanitario del IIS Grandis di Cuneo.
Cuneo Città Aperta è un gruppo informale nato a seguito di un seminario di cittadinanza attiva organizzato dall’associazione LVIA. Gli obiettivi principali del gruppo sono di migliorare la partecipazione dei giovani nei processi decisionali politici locali e promuovere i valori dell’intercultura, esprimendo l’opposizione a ogni forma di razzismo e di discriminazione nei confronti delle minoranze etniche e religiose e della comunità LGBTI. Usiamo vari strumenti di comunicazione non formale e di sensibilizzazione, come le biblioteche viventi, la partecipazione a eventi locali come alla marcia del 25 aprile, i cineforum e, appunto, gli incontri nelle scuole.
La classe del primo segmento del serale d’indirizzo socio sanitario del Grandis di Cuneo è una classe multietnica e pronta alla discussione. La professoressa Dato ci ha invitati per parlare di immigrazione e integrazione, rispondendo così alla voglia di confronto di questi studenti, che non accettano le informazioni e l’approccio alla società multietnica proposto dai mass media.
Il tema centrale dell’incontro è stato quindi l’integrazione. Cosa vuol dire integrarsi? Cosa ci vuole per dirsi integrati? Per esserlo bisogna essere uguali? O si possono mantenere le diversità? Cos'è che non permette/ostacola l'integrazione? Quali sono i luoghi in cui si realizza? Queste alcune domande su cui si è discusso, anche animatamente, e cui si è cercato di dare una e tante risposte.
Tra italiani, marocchini, camerunensi, albanesi, ivoriani e rumeni ci siamo trovati a confrontarci con idee diverse di un concetto che a volte appare addirittura banale e scontato. “Rispettare le regole e le tradizione del paese dove ti trovi è giusto, ma non devi dimenticare le tue origini”, “Ricevere rispetto e comprensione è un diritto umano”, “Le osservazioni che gli stranieri fanno su noi italiani mi fanno riflettere, spesso non si pensa molto a come gli stranieri vedono noi italiani”, “Perché si generalizza? E’ sbagliato”, queste alcune delle osservazioni che fanno capire quanto il tema dell’integrazione e del rapporto tra stranieri e italiani sia un tema importante di cui ancora non si parla abbastanza e che spesso è vittima di stereotipi e generalizzazioni.
Giovani stranieri che si sentono italiani, che vogliono ricordare le loro origini, che s’interrogano sull’appartenenza identitaria, sulla cittadinanza, sulla presenza di abitudini e punti di vista diversi che non sempre sembrano poter coesistere facilmente. “Mi sento italiana, anche se non ho ancora la cittadinanza. Qui mi sento a casa, ci sono la mia famiglia e i miei amici, quando torno nel mio paese mi sento spaesata” racconta Jona, mentre Manfred dice con orgoglio: “Non c’è niente di meglio di sentirmi un uomo africano e di poter tornare nel mio villaggio, ma questo non m’impedisce di parlare perfettamente italiano e di potermi sentire parte di una comunità anche qui in Italia”.
Gli italiani ricordano di quando non c’era bisogno di andare tanto lontano per vivere discriminazioni o essere oggetto di stereotipi. “Fino a qualche tempo fa noi siciliani venivamo trattati come stranieri”, racconta Giusy. Spesso non si ricorda che anche noi italiani in passato siamo stati migranti, sia verso paesi lontani sia nella migrazione interna.
Incontri come questi, eventi nelle piazze, tavole rotonde e ogni altra occasione di dialogo dovrebbero essere sempre più incoraggiata, in un paese dove il tema dell’immigrazione è lasciato sempre più in mano ai mezzi di comunicazione. Si cerca sempre di dare una sfumatura negativa all’immigrazione concentrandosi sulle differenze, senza cogliere invece la presenza di qualcosa in comune. Come ha espresso Ayoub alla fine dell’incontro: "tante teste tante idee, ma una cosa in comune, il dialogo".














