Nell’era delle serie e delle trilogie Ron Howard e Dan Brown non potevano mancare l’occasione di replicare il successo de “Il Codice da Vinci” e di “Angeli e Demoni” portando sul grande schermo l’ultima fatica dello scrittore e cioè “Inferno”: girato tra l’Aprile e il Luglio del 2015 e uscito ora e non a Natale, come inizialmente previsto, per non sovrapporsi all’ultimo Star Wars, il film è un blockbuster che rinnova la formula “squadra vincente non si cambia” con Hans Zimmer alle musiche e David Koepp alla sceneggiatura.
Robert Langdon (Tom Hanks) si risveglia in un letto d’ospedale fiorentino e la dottoressa che lo cura (Felicity Jones) gli dice che ha una ferita di striscio alla testa per un colpo d’arma da fuoco e un’amnesia parziale. Mentre il flemmatico professore cerca di ricostruire l’accaduto fra emicranie e visioni infernali degne d’un horror di pregevole fattura, un killer travestito da carabiniere fa irruzione nella struttura sparando loro addosso e costringendoli a fuggire. Andranno a casa di lei e lui userà il suo portatile per scaricare la posta elettronica, scelte queste che nell’ipotesi d’un pedinamento internazionale rasentano più il ritardo mentale che l’amnesia.
Da qui si scatenerà una caccia all’uomo ai danni del povero Robert, accompagnato dalla bella Sienna, operata dall’OMS (organizzazione mondiale della sanità) ma anche dal “Consortium”, sorta di ente criminale che opera in incognito su una nave chiamata “Mendacium” (nomen omen) e che ha al suo vertice “il Rettore”, una specie di ex-soldato divenuto un seducente, e capitalistico, esperto di complotti e manipolazione informatica.
Alla base della storia c’è la vicenda dello scienziato transumanista Zobrist che sembrerebbe aver creato un virus (“Inferno” per l’appunto) in grado di sterminare più della metà della popolazione mondiale per “sfoltire il gregge” e consentire all’umanità di evitare una sesta e letale estinzione. Zobrist, latitante da anni, muore suicida proprio a Firenze prima di portare a compimento il proprio disegno ma la biocapsula a riconoscimento digitale che Langdon ritrova nella giacca con tanto di puntatore laser che riproduce l’Inferno dantesco dipinto da Botticelli sarà il primo indizio che permetterà al professore di ricostruire i tragici avvenimenti degli ultimi giorni ma anche di decriptare la mappa che conduce al virus incubato dallo scienziato.
Dal giardino di Boboli fino alla battaglia di Marciano a Palazzo Vecchio, passando attraverso la maschera mortuaria di Dante in gesso acrilico, i Nostri decifreranno frasi nascoste e sfruttando l’erudizione di Robert seguiranno la pista di Zobrist da Venezia fino ad Istanbul ma non prima che un membro dell’OMS attenti alla vita del professore dimostrando di fare il doppio gioco e che “il Rettore” si redima salvandolo.
Un amore che riemerge dal passato di Langdon e un flashback sulla vita di Zobrist che spiega le ragioni del suo gesto frenano in modo non sgradevole il ritmo d’un film che ha il pregio di agganciare lo spettatore ad una catena di colpi di scena che culmina nel suggestivo scenario della Basilica di Santa Sofia dove Tom Hanks salverà il mondo (non è spoiler, è Hollywood).
La critica che s’impone anche al più distratto fra i fruitori della pellicola è il surreale atteggiamento di Langdon che tra proiettili che fischiano e l’iniziale timore d’essere lui stesso infettato dal virus espone le proprie dissertazioni con la tranquillità d’un relatore universitario mentre non è solo surreale ma odiosa la facilità con cui si muove tra passaggi segreti e cunicoli vecchi di secoli senza che nessuno si prenda la briga di fermarlo o che un allarme suoni. L’espediente narrativo che il Nostro sia sotto benzodiazepine non basta a giustificare tale naturalezza nè la sua presunta familiarità con l’arte italiana a legittimare la massonica disinvoltura nell’evitare controlli o trovare scappatoie mentre dozzine di uomini addestrati e ben equipaggiati lo braccano utilizzando persino i droni (come potevano mancare?).
Già L’Osservatore Romano aveva criticato sarcasticamente il romanzo di Dan Brown dove i fiorentini fanno colazione con olive al forno e lampredotto e dove un Langdon versione segugio riconosce Venezia dall’odore di seppie al nero che esala dai canali ma dove finisce l’auspicabile rispetto per l’Italia (che potrebbe, e non ho detto può, lenire le tante imprecisioni artistiche del film) quando il professore ripulisce la maschera di Dante con uno strofinaccio o tratta la fonte battesimale del Bel San Giovanni come una vasca da bagno dopo aver danneggiato involontariamente ma irreparabilmente “L’Apoteosi di Cosimo” del Vasari?
C’è un’idea d’Italia in “Inferno” che a suon di luoghi comuni trasforma il Belpaese in una guida Lonely Planet e questa riduzione di complessità spazia dalle turistiche riprese aeree di piazze e monumenti fino ai bozzettistici paradossi alimentari e siccome la superficialità può far sorridere ma anche offendere, sorridiamo all’emorragia di Fiat Cinquecento sul set ma quando “Il Rettore” uccide Bouchard e poi infierisce sul suo corpo per farlo sembrare un normale incidente o un pestaggio esclamando:”non il mio miglior lavoro ma per gli italiani può bastare” se io fossi un poliziotto della Scientifica andrei a cercare Ron Howard o Dan Brown con una mazza da baseball (tanto riduzione di complessità per riduzione di complessità…).
Interessante è invece la miccia, più che il filo conduttore, del film è cioè la teoria transumanista di Zobrist che si fonda sull’ancestrale paura del sovraffollamento in un sistema avaro di risorse e senza più la salvifica (per lui) valvola di regolamentazione costituita da pesti, epidemie o guerre; se è vero che la demografia è la scienza del futuro e, come sostiene qualcuno, il controllo delle nascite non più solo una locuzione totalitarista ma un’opzione da prendere seriamente in considerazione si capisce perché tutti o quasi i personaggi di “Inferno” guardino con una certa ammirazione alla lucida follia dello scienziato che ha il coraggio o l’incoscienza di dichiarare quanto sostenuto non molto tempo fa e in ben altri contesti anche da Jean Marie Le Pen e cioè che per risolvere il problema dell’emigrazione africana basterebbero tre mesi di ebola(!).
In conclusione “Inferno” è il degno terzo capitolo d’una trilogia firmata Brown-Howard che crea la giusta suspense e funziona molto bene dal punto di vista dell’intrattenimento ma che presenta delle vere e proprie voragini se lo si elegge da semplice prodotto commerciale a opera di spessore, cosa che peraltro non è detto sia mai stata l’intenzione degli autori.
Un’ultima curiosità: già dalla pubblicazione del libro e a maggior ragione ora che è uscito il film ci sono stati cinquecentomila visitatori in più a Palazzo Vecchio anche grazie alla geniale (in termini di marketing) intuizione dell’associazione Mus.e che ha creato un vero e proprio “percorso inferno” ispirato alla fuga di Langdon a riconferma di quanto debbano essere straniere le lenti (anzi le telecamere) che ci ricordano la nostra grandezza anche se le immagini che ne scaturiscono si sgranano in un’imperdonabile perdita di definizione.
Se “l’Inferno è ripetizione e il cielo innovazione” (Thibon) ci auguriamo che la prossima fatica della premiata ditta Brown-Howard non sia una ripetizione in serie né l’andarla a vedere un noiosissimo contrappasso
Per scrivere all'autore overmovie@targatocn.it














