“L’immenso mercato si muove, ferve in tutte le sue parti il suo carico fastoso, inebria il profumo acuto della frutta, delle montagne di legumi, il colore acceso, brillante come vetro, di ogni mucchio”.
(P. Neruda)
Affiancato da un cantiere con mezzi pesanti allineati come camion-giocattolo ed operai in sosta con l’iconico panino mortazza e birra ghiacciata il mercato del giovedì si sviluppa ad anelli concentrici nella piazza antistante il centro commerciale: nella strada orfana d’una corsia la cacofonia del traffico apre una breccia sulla cinta esterna e introdotti da un banco di frutta e verdura e da un pakistano con la solita cineseria (orologi da cinque euro, anelli finto-tribali, accendini e una santa barbara di coltellini tascabili) penetriamo nel bazar storditi da un’infinita gradazione di odori.
L’odore della frutta e dei salumi, quello dello zucchero filato e dei formaggi, l’afrore delle tende e dei vestiti ammonticchiati come per uno sgombero o un revival della Shoah, il profumo delle patate fritte che si mescola alle essenze degli eau de parfum taroccati che mancano l’alta moda per un vocale e su tutto, come un fatale enzima che acceleri la fame, l’odore polveroso del sole estivo.
Scrive Neruda: “avevamo fame ancestrale, secoli di fame Maya, età di guerra e fame di Arauco, fame nera di Castiglia che spinsero in America la soldatesca imperiale. Queste fami camminano nel nostro sangue e ci dotano di una curiosità infinita per quanto si mangia. Questa fami riunite ci diedero un appetito divoratore.”
Le nostre fami, come una muta di cani al guinzaglio, risalgono ai nonni che mangiavano arance in una fabbrica di acciaio prima della fine della guerra o alle nostre nonne che si litigavano con le sorelle una buccia di banana rinvenuta in un vicolo, è una fame scalza, tosata, con dita infantili che raccolgono tabacco, tutta occhi e denti, con la pelle brunita dal sole neorealista dell’umile Italia.
Nella canea di voci che si fondono in unico idioma australe, dialetti campani e inflessioni arabe si mescolano alla pacata cadenza del sud-est asiatico mentre ambulanti cinesi rallentano i dittonghi per guadagnare tempo nella compravendita, il risultato è una lingua impetuosa e sapida, incessante e ingorda come una scolaresca in un luna park o un drappello di soldati in un bordello.
Affianco a uno stand di cappelli di paglia un’enorme matrona di colore con un vivace abito a fiori (grosso come un paracadute) presidia cassettiere di spezie policrome fissando la gente con l’immobile calma d’un elefante che si abbevera ad una pozza d’acqua, intanto mulina un ventaglio sul viso e l’aroma di cumino e paprika ci fa tossire guidandoci verso un tetris d’ortofrutta.
I peperoni rossi colati nella ceralacca come sigilli di freschezza sembrano trofei nella credenza d’un baro mentre le prugne dai riflessi violetti condensano in sé la dolcezza delle notti lussuriose e le albicocche, voluminose pepite, si strusciano contro filari tramontati di pesche; su tutte loro, come un galeone fra mille scialuppe, domina la verde maestà dell’anguria, fresca gengiva in cui tuffiamo la bocca per poi sputarne i denti.
Lame di melone d’un giallo vivo introducono l’araldica del pomodoro: a grappoli, costoluto, oblungo o datterino, ottimo in insalata o per la pasta, vermiglio o verde pallido come una mantide religiosa, gustoso da prendere a morsi o acido come una principessa decaduta.
Il mercato realizza in sé l’incubo delle destre e scioglie le strumentalizzazioni delle sinistre, unisce valore d’uso e di scambio e rifiuta ogni brand: è un luogo senza logo.
Trincee di porchettari affilano i coltelli sfidando con l’orizzontalità suina la rotante verticalità del kebab mentre al banco dei salumi i formaggi sudano come i loro lenoni, rigorosamente in canotta e crocefisso, sorriso levantino ed occhi da borseggiatori.
Gli anelli del mercato si restringono tra venditori di sandali e fioristi verso la cittadella della pescheria dove madre e figlia, vigilate da un caratterista di Gomorra, scuotono trucco e parrucco abbaiando le offerte con partenope efficacia. Lo scirocco gonfia le coperture di plastica e gioca coi nodi di corda, amplifica il ritmo dei generatori e rade il vasellame del mare cogli occhi senza palpebre dei merluzzi e dei saraghi, gli elmi di seppie e i ditali di carapaci che ondeggiano fra sezioni di pesce-spada ma su tutto è l’odore di sagrestia del baccalà a impregnare l’aria del primo pomeriggio.
Sedere di fronte a un olivaio bambino (più in nero di Zorro), e ordinare un panino col prosciutto di Norcia affettato a mano da un violinista di settant’anni con la mano ferma d’un sicario e il fisico raggrinzito d’agricoltore ascoltando il rituale di corteggiamento del ragazzino all’indirizzo della bella figlia del norcino.
Sorridere al tentativo d’italiano forbito (affetto da congiuntivite ma ricco di condizionale, cinque anni per la precisione) e al romanticismo nazional-popolare che trasforma il bacio nel gioco delle tre carte e l’amore nello scaltro baciamano d’un ladro d’anelli.
Come una città fantasma o un cerchio di diligenze il mercato comincia a ripiegare le sue insegne che garriscono al vento caldo come vele di caravelle mentre la fanteria dei gatti invia in avanscoperta le sue spie per verificare il livello degli avanzi.
L’ultima liquida incarnazione di tale mobilità è il mercato sull’acqua di Bangkok con le sue bare di frutta galleggiante, le bilance sospese come meduse e le voliere disposte in equilibrio con millenaria sapienza, i coccodrilli al guinzaglio che rotolano come tronchi e le ghirlande di fiori: l’effetto d’insieme è un variopinto funerale con ombrellini da cocktail.
L’odore di nafta e scoli ittici, moltiplicato dal sole rovente, impregna l’aria canicolare mentre di gazebo e stand, roulotte e furgoni, non resta che la sindone d’asfalto d’un villaggio di predoni: due ragazzini prendono a calci un cavolo mentre un cane si allontana con una crosta di porchetta fra i denti. Del favoloso mercato rimane il consumato miraggio di legumi e ortaggi, la rappresentazione teatrale d’un Oriente ubiquo e variopinto, un presepe vivente fatto solo di Re Magi loschi e seicenteschi che esibiscono le proprie offerte come schiave nude; simile a una nave incagliata ammaina le sue uve e prende il largo per una nuova città in cui montare il proprio tendone da circo.
Le immagini finali di questo teatrino di burattini fatti di mollica di pane sono una bimba che si allontana con un pesce rosso in un sacchetto di nylon gonfio d’acqua e il ricordo dell’ardente frana di peperoncini al centro della piazza: curvi come else di pugnali o cornetti di veleno, vivi come carapaci o fuochi d’artificio, lingue di camaleonte o cavallucci marini, i peperoncini restano l’anima in frantumi di questo mercato mediterraneo.








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